Slike stranica
PDF
ePub

principato politico, perchè su questo patrimonio e su queste cose il papa non poteva esercitare che quel potere del quale usarono gli apostoli, come amministratori dei beni temporali in pro’ della chiesa e dei poveri di Cristo : il che non ha nulla che fare con un potere civile e politico su di un popolo; potere che gli apostoli non ebbero mai. Anzi io leggo al capo VI degli Atti degli apostoli, che essendo cresciuto il numero dei discepoli, furono eletti sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito santo o di sapienza, ai quali si diede l'amministrazione delle cose temporali. «Noi poi ci occuperemo totalmente all'orazione e al ministero della parola », dissero gli apostoli stessi; e furono in tal modo istituiti i diaconi. E san Paolo nella seconda lettera a Timoteo : « Nessuno ascritto alla milizia di Dio s'impaccia de' negozi del secolo; affine di piacere a Colui che lo ha arruolato » 1.

Ma la monarchia universale, secondo Dante, non era assorbente dei regni particolari, degli speciali principati e dell'autonomia delle città reggentisi con governo proprio : in siffatta monarchia potevano liberamente vivere e prosperare i regni, e i principati con leggi proprie ai loro bisogni e alle loro civiltà corrispondenti, purchè nell'imperatore riconoscessero il capo supremo dell'umana famiglia, e come l'autentico suggello della loro politica esistenza, e da cui ricevessero come la norma suprema dalla quale dedurre le loro leggi speciali: così il Poletto, il quale riporta un brano della Monarchia, a cui appoggia la sua asserzione e quindi la relativa deduzione.

« Advertendum sane, quod cum dicitur, humanum genus po» test regi per unum supremum Principem, non sic intelligendum » est, ut minima judicia cujuscumque Municipii ab illo uno imme» diate prodire possint. Habent namque (ed ecco un principio di ca

pitalissima importanza ) Nationes, Regna et Civitates, inter se proprietates, quas Legibus differentibus regulari oportet. Est enim Lex

regula directiva vitae ... Sed sic intelligendum est, ut humanum » genus secundum sua communia, quae omnibus competunt, ab eo » regatur, et communi regula gubernetur ad pacem. Quam quidem

regulam sive legem (la legge o norma generale onde si traggono » le leggi speciali), particulares Principes ab co recipere debent; » tamquam intellectus practicus ad conclusionem operativam reci

[ocr errors]

))

[ocr errors]

1 Cap. II, 4. 2 Per il Poletto, s'intende.

[ocr errors]

»

))

» pit majorem propositionem ab intellectu speculativo: et sub illa

particularem, quae proprie sua est, adsumit, et particulariter ad

operationem concludit. Et hoc non solum possibile est uni, sed » necesse est ab uno procedere, ut omnis confusio de principiis » universalibus auferatur ». (Mon.,

(Mon., I, 16). « Ecco in sostanza, che cosa Dante richiedeva, che cioè tutti » i Re e Principi riconoscessero nell'Imperatore il Capo supremo » del genere umano, il vero e solo possessor del mondo tutto, il

Principe universale, l'immagine vivente della legge e della giu» stizia, e quindi la ragione stessa del loro essere e del comando » che esercitavano, pure restando ognun a capo del proprio reame » o principato, non come possessor, ma come vicegerente del Mo» narca, e con leggi particolari governando, solo riconoscendo che » di tutta l'universale autorità civile Iddio investì il sommo Mo» narca, dal quale ogni altra autorità civile dipende e che il do» minio di lui non aveva territoriali confini, dappertutto il mondo » essendo casa sua. Que' Principi, che avessero ciò contravvenuto, » sarebbero per ciò stesso divenuti non altro che despoti e tiranni, » e i popoli, secondo Dante, sarebbero stati sciolti, di diritto dal » loro giogo (cfr. Mon., II, 1). Che queste in Dante fossero fantasie

o che egli vedesse possibile ciò che impossibile può parere a » molti, non importa ora cercarlo; importa solo conoscere ap

pieno il suo pensiero. E questo pensiero chiarito così, possiamo

conchiudere, che rispetto ai Papi, per riconoscerli legittimi So» vrani non solo del Patrimonio, che infatti allora avevano, ma » anche d'uno assai più vasto, per quanto vasto lo si sappia pen» sare, Dante non altro richiedeva da questo infuori che il Papa, » come principe civile, avesse dall'Imperatore quella dipendenza, » ch'era condizione indispensabile alla legittimità degli altri So» vrani: cosi i reami e i principati ed ogni fatta di giurisdizione ter» ritoriale cessava di essere una scissura rispetto all'Impero, e una » minoratio jurisdictionis rispetto all'Imperatore ».

Qui il Poletto fa arbitrariamente una applicazione a favore del

papa di una teoria che Dante espone parlando di regni, città, municipi; non già di chiesa nè di papa. Quando il poeta accenna al genere di temporal possedimento che può avere il papa, lo fa consistere nel seroplice uso a favore della chiesa e dei poveri di Cristo di beni materiali nel modo che ne usavano gli apostoli.

Il Poletto che, a questo punto, crederebbe di aver finito la trattazione, e risolta splendidamente la propria tesi, vuol darci il sopram mercato e proseguire, specialmente per coloro che della monarchia di Dante hanno poca pratica. Eccoci a Carlo Magno.

[ocr errors]

« Dicunt, quod Adrianus Papa Carolum Magnum sibi et Ecclesiae advocavit, ob iniuriam Longobardorum, tempore Desi» derii regis eorum, et quod Carolus ab eo recepit Imperii digni» taten, non obstante quod Michael imperabat apud Constanti

nopolim. Propter quod dicunt, quod omnes qui fuerunt Roma» norum Imperatores post ipsum, et ipse, advocati Ecclesiae sunt, » et debent ab Ecclesia advocari » ?. «E siamo di bel nuovo nel » ribadire che Costantino, avendo cesso illegittimamente al Papa » parte della giurisdizione imperiale, il Papa, come non poteva » riceverla, meno ancora poteva trasmetterla in Carlo Magno e » ne' suoi successori nell'Impero. Ed è pur notabile che accenni » all'Imperatore Michele, per raffermare che sicconie Dio vuole » un solo Imperatore, e questo c'era, tanto più apparisca e ille

gittima e irrazionale l'elezione del nuovo pel semplice fatto che » usurpatio juris non facit jus. Però questo passo ha una somma » rilevanza anche rispetto al Poema. Qui parla dell'Ingiuria dei

Longobardi: in che stette cotale ingiuria sotto re Desiderio ? » nell'invasione dello Stato Pontificio; dunque tale invasione Dante » la giudica ingiuria, cioè azione contro il diritto, e perciò ingiu

stizia : dunque della conservazione del loro Dominio Dante nei Papi ammetteva il diritto. Ma nel Poema va più in là, e fa un

elogio manifesto a Carlo Magno per essere venuto in aiuto della » Chiesa contro Desiderio :

[ocr errors]

»

[ocr errors]

E quando il dente Longobardo morse

la santa Chiesa, sotto alle sue ali (dell' Aquilu)
Carlo Magno vincendo la soccorse.

Parad., VI, 94-6. ?

Tanto l'obbiezione riportata nella Monarchia, quanto i versi del Paradiso non parlano di stato pontificio, come gratuitamente interpreta il Poletto; ma di difesa della chiesa e del papa capo della chiesa. Questo identificare lo stato pontificio col papa e colla chiesa nel Poletto, che di chiesa e di papa certamente se ne intende, è cosa inesplicabile. Fatta questa osservazione riesce naturale che Dante abbia parlato di Carlo Magno come di un difensore della chiesa dal dente longobardo, massime se si ram menti, conforme ci insegna la storia, che i longobardi compivano le loro conquiste portando dovunque devastazione ed esterminio, uccidendo sacerdoti, profanando chiese, appropriandosi dei beni che prima ai sacerdoti ed alle chiese, ed il resto ai poveri dovevano servire. Basti ricordare anche solo i gravissimi danni spirituali arrecati dal dominio longobardo alla diocesi di Milano, i cui vescovi per ben settantasette anni furono costretti a dimorare lontano dalla loro sede, reggendo da Genova il loro gregge: ecco il dente longobardo che morse la santa chiesa. Era ben giusto che i papi, difensori, per loro missione, dei deboli e degli oppressi, e tutto dovendo temere in danno della propria libertà nel regime della chiesa, avessero ricorso per difesa non all'imperatore d'oriente, che avrebbe dovuto ed aveva sopra ogni altro il diritto di difendere il popolo romano e la chiesa, e che non se ne curava; ma al re dei franchi, perchè si trovava nella miglior condizione di potere e di volere assumersi una tale difesa. Del resto i re dei franchi non furono sempre chiamati in Italia dai papi; nè solo Desiderio, tra i re longobardi, morse la santa chiesa; ma furono i bizantini che, supplicati dai papi, usando del braccio dei franchi condotti da Childeberto contro i longobardi, speravano di riconquistare l'Italia, come altre volte l'avevano mediatamente ricevuta col braccio dei goti condotti dal grande Teodorico. Carlo Magno, venendo in Italia, credeva di seguire le orme dei predecessori suoi, non di far contro all'impero d'oriente.

| Mon., capo X. ? Pagina 172.

Evidentemente il poeta non fa quistione di stato pontificio; ma di tutela a favore della chiesa e del papa che, come ho osservato, non sono l'istessa cosa collo stato pontificio; giacchè la Chiesa è chiesa, e si chiama tale non per avere un temporale dominio, ma in quanto ha una missione al tutto spirituale ; e il Papa è papa, e si dice tale, non perchè sovrano temporale, ma in quanto è capo visibile della religione di Cristo. Diversamente la chiesa e il papa avrebbero incominciato ad esistere dalla donazione di Costantino, colla quale, secondo Dante, ebbe principio il poter temporale; e ai nostri giorni la breccia di porta Pia avrebbe dato una solenne smentita alla promessa di Cristo : Et portae Inferi non praevalebunt adversus eam (!!)

E che Dante sapesse perfettamente distinguere tra Chiesa e Dominio temporale, tra Papa e Principe civile si rileva anche dai notissimi versi :

veggio in Alagna entrar lo fiordaliso e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un'altra volta esser deriso;

veggio rinnovellar l'aceto e il fele,
e tra vivi ladroni essere anciso,

Purg., XX, 86-90. nei quali, quantunque altrove il poeta avesse disonestato acerbamente Bonifacio Vill come principe temporale, pure qui ne aşsume vigorosamente la difesa perchè si tratta di ingiuria, di oppressione fatta a Cristo nel suo vicario.

Se poi si tien calcolo dell'indole dei longobardi, delle loro abitudini guerresche, dell'unica loro legge di governo che era di opprimere il vinto, il papato aveva tutta ragione di temere da essi, qualora si fossero impossessati di Roma, un trattamento non molto dissimile da quello che la storia racconta avere posteriormente usato Filippo il Bello contro la persona di Bonifacio VIII. La chiamata dei franchi per parte del papato, secondo le precise parole di Dante, tanto nella Monarchia quanto nel poema, ebbe per movente la tutela della chiesa e degli interessi legittimi della medesima, anzichè la semplice difesa di uno stato temporale.

Ho detto interessi legittimi, e mi spiego. Le terre possedute dai conquistatori erano sottoposte al rozzo e duro diritto barbarico, consuetudinario prima, poi scritto quale ancora lo abbiamo : mentre i possedimenti delle chiese erano retti secondo il diritto romano: quando un possedimento ecclesiastico veniva usurpato, non era un semplice passaggio di dominio che accadeva, ma un mutamento di diritto, e chi fino là era vissuto all'ombra del diritto romano, passava in balia del diritto barbarico. Doppio e gravissimo era il danno che ne conseguiva, perchè in ordine ai proventi, colla minor parte applicata al clero e al culto, era perduta anche la maggior parte destinata ai poveri. E con vescovi e papi di virtù eminente capisce ognuno che la destinazione e severa erogazione a favore dei poveri era cosa molto seria, e i papi non potevano a meno che opporsi alle conquiste barbariche le quali venivano a sconvolgere leggi, usi e consuetudini più volte secolari. Chi seppe comprendere ed approffittarsi dei rapporti giuridici che soli spiegano le avversioni degli animi nell'elemento romano contro le barbariche dominazioni fu la più grande individualità del medio evo, Carlo Magno, il quale, quando sostituì sè stesso e poi il figlio Pipino ai re longobardi in quello che poi si chiamò regno d'Italia, si affrettò a dichiarare legislativamente che il clero dovesse vivere a legge romana ?.

i G. Cassani, in Rassegna Nazionale, i febbraio, 1893.

« PrethodnaNastavi »