Slike stranica
PDF
ePub

e

dicato qua e là. Certe affermazioni e certi poco ponderaii giudizi non dovrebbero infatti esser permessi a chi si pone a scriver di Dante: e sono appena tollerabili anche quando escano dalla penna di uno straniero. Quanti potranno leggere, senza sorridere, in questo libretto del signor Durand che Dante « paraît avoir été, toute sa vie, sujet à des visions ou à des hallucinations », e che l'Inferno è opera « d'un visonnaire », per entro alla quale è da riconoscer qua e là, nella forte commozione onde il poeta è vinto talvolta, « des témoignages sinon d'une hystérie proprement dite, du moins d'une constitution bien voisine de l'hysterie » ? Nè a molti io penso che possa parere scrupolosamente esatto quanto scrive l'autore toccando dello spirito scientifico delle tre cantiche, o quando adduce e fa sua la sentenza del Jeanroy pel quale non come pensatore, ma solamente come artista, Dante può essere salutato iniziatore d'una novella età. Ma il libretto, simpatico ad onta de' molti difetti e delle molte errate af. fermazioni che accoglie perchè inspirato, dalla prima all'ultima pagina, ad un sincero amore per l'Italia e ad una grande ammirazione pel suo poeta, è scritto da un francese, in Francia: ciò che vuol dire come a tutti deve esser noto in un paese dove oramai sono si vanno, da un certo tempo, sempre più facendo rari gli uomini che si occupano a scriver sulle cose d' Italia con parole e intendimenti onesti. Ciò accresce i pregi dell'opuscolo del signor Durand, e ne fa parer men grandi i difetti: sì che io mi sento portato meglio a dar lode che biasimo. E lode merita senza dubbio il chiaro autore per la diligenza usata nel ri. comporre, ad uso de' suoi compatrioti, a grandi tratti ma lucidamente, la biografia di Dante, e con rapido e comprensivo esame nel ricercare l'anima dell’Alighieri dentro alle sue opere, e, naturalmente, in ispecial modo, nella divina Commedia: poichè quivi l'autore mette in iscena sè stesso, parla in propria persona e – come disse il Gioberti descrive quello di cui non si può dubitare la verità, mentre sono le cose che vide, i suoni che ascoltò, i senti. menti che provò, le parole che mosse: poichè quivi, quali nelle lor liriche il Göthe, l' Hugo, il Byron e il Lamartine, come recentemente ha osservato il Brunetière, Dante ha trasfuso l'impronta incancellabile del suo genio in quanto che la sua poesia ci rivela i più riposti e profondi sentimenti dell'anima sua. E dice bene il Durand che se la Vita nova « est un portrait ou l'art l'emporte sans doute sur la rassemblance », nella Commedia si ritrova « l'hom. me lui même » ; e stima a ragione che sola la Commedia, fra tutte le opere dantesche, possa diventare veramente popolare in Francia, perchè la Commedia « est de tous les temps et de tous les mondes » ; un'opera « indéfinissable et inimitable, qui à entrâiné dans son immortalité des auvres, assurément curieuses et attachantes, mais demeurees trop loin de nous ».

G. L. PASSERINI.

M. G. Ponta (C. R. somasco). Due studi danteschi, Roma, tip. Armanni, 1890, in 16°, di

pagg. 57. Dell' età che in sua persona Dante raffigura nella divina Commedia. Torino, Roux,

1891, in 16°, di pagg. 33. Orologio dantesco e tavola cosmografica. Città di Castello, Lapi, 1892, in 16°, di pagg. 124.

Il somasco Carmine Gioja s'è proposto di ripubblicare le opere di M. G. Ponta, perchè a questi si assegni il posto che gli compete fra i dantisti italiani. E, pure riserbando il giudizio complessivo quando l'edizione degli scritti pontiani sarà fatta per intiero, e solamente accontentandoci per ora di temperare l'eccesso di una benevola predisposizione, dobbiamo essere grati e lieti che ci sia dato modo di meglio apprezzare e conoscere i saggi originali e robusti di un romito e finora non abbastanza conosciuto illustratore del nostro maggiore poeta.

Nato il Ponta vicino a Novi-Ligure nel 1799, insegnante di filosofia nel liceo di Genova, poi di matematica ed astronomia nel collegio di Lugano, dopo avere gustato e prediletto Boccaccio e Petrarca, dedicò allo studio di Dante l'ultimo decennio della sua vita operosa (1840-30), leggendo e pubblicando tra gli atti dell'Accademia tiberina e nel Giornale arcadico di Roma memorie notevoli per serietà di erudizione e per acume critico, vivacemente polemizzando col Ricci, col Bernardoni e con F. Scolari, felicemente precorrendo in molte teoriche e dottrine i poderosi scrittori che in Italia e all'estero fecero rivivere Dante sotto novella luce in questo scorcio del secolo nostro.

Nel primo opuscolo precede una lettera al padre Borgogno, di commento ai versi 91-93 del canto VIII dell'Inferno sul significato delle parole che concedono a Virgilio di entrare nella città di Dite, vietandolo invece a Dante. A mio giudizio, non mancano qui pregi, dot. trina e osservazioni acute; ma non è lavoro di grande importanza, nè, tantomeno, completamente riuscito.

Segue una dissertazione sulla Rosi celeste, commento ai versi : In forma dunque di candida rosa Mi si mostrava la milizia santa Che nel suo sangue Cristo fece sposa; studio che merita, fra gli altri, speciale considerazione, come quello ch' è diretto a spiegare il vero concetto di Dante sulla disposizione dei beati nella rosa celeste. La base della discus. sione poggia sulla interpretazione dei versi del canto XXXII del Paradiso : Di contro a Pietro vedi sedere Anna .... E contro al maggior padre di famiglia Siede Lucia ... che il Ponta spiega non già per sedere di faccia, come la maggior parte dei dantisti suoi contemporanei, ma bensì, avuto riguardo alla posizione speciale di un cerchio, per diametralmente opposto, indicandosi colui che siede nello scanno diametralmente opposto ad un altro determinato, e non più.

Magistrale e compiuto lavoro è il secondo, dove il Ponta dimostra che, oltre la sentenza allegorica e la letterale, havvene una terza nel poema dantesco, la quale spetta esclusivamente alla favola poetica, e ci rivela Dante come un viatore che, sotto la guida successiva di Virgilio, Beatrice e san Bernardo, da adolescente passa alle tre susseguenti età della vita umana. Dante è nell'adolescenza nei primi 61 canti: in gioventù e vecchiezza dal 61 al 98, ed è in senettute negli ultimi tre (98-100).

Una sobria esposizione per via di esempi prova che Dante agisce in conformità delle qualità, difetti e virtù di queste diverse età, e che anche le sue guide lo trattano in confor. mità di esse. Obbiezioni non potevano mancare; ma il Pontà ha prevenuto le principali e le più sostanziali, combattendole con raro vigore critico.

L'Orologio dantesco, pubblicato la prima volta nel 1843, è una illustrazione astronomica del poema dantesco, la quale riesce ottima guida per conoscere con facilità e prontezza la posizione dei segni dello zodiaco, le fasi diurne e le ore indicate e descritte nella divina Com. media, e segna i passi del viaggio dantesco, dimostrando il mirabile accordo di tanti e si varii e, in apparenza, discordi elementi.

La Tavola cosmografica è una continuazione dell'Orologio, divisa in sfera celeste e in globo terrestre, e giova mirabilmente a chiarire i punti cosmografici della divina Commedia. Evito di entrare in particolari, che richiederebbero una troppo ampia e coordinata esposizione.

Il Ponta, è bene rilevarlo, fin da' suoi tempi usava valersi largamente delle opere minori di Dante per il commento e l'illustrazione della divina Commedia. In genere, le sue teoriche non comportano discussioni e sottigliezze : scritte da uomo versato nelle scienze esatte, hanno il rigore di trattati scientifici puri ; epperciò si accettano quali sono nel loro complesso e sostanzialità, o si rifiutano per intiero. Attendiamo la pubblicazione degli altri scritti danteschi del Ponta per giudicarli compiutamente nel loro insieme.

G. GORRINI.

BOLLETTINO

Amore Antonino. Polemica dantesca. (Nel Goliardo, Anno I, ni. 6 e 7).

Rispondendo alle osservazioni del Campani (cfr. no. 152) sui versi 82-85 del XV dell' Inferno, conclude che se il Boccaccio e Benvenuto da Imola, i più autorevoli commentatori e quasi contemporanei di Dante, chiaramente lo affermano; e se Giovanni Villani, storico contemporaneo, lasciò scritto aver Brunetto Latini insegnato publicamente rettorica e filosofia ; conseguenza strettamente logica vuole che nessun'altra interpretazione si debba dare al verso mi mostravate (sic) come luom si eterna, se non quella comune, o sia quella universalmente accettata, che Brunetto Latini fu un vero e proprio precettore di Dante.

(149 Antognoni Oreste. — Saggio di studi sopra la Commedia di Dante. (Recensione firmata G. C., in La Cultura. Anno III della nuova serie, ni. 27-29). È un lodevole contributo ai più recenti studi danteschi in Italia.

(150 Brognoligo Gioacchino. -- Montecchi e Cappelletti nella divina Commedia. Bologna, tipografia Fava e Garagnani, 1893, in 8°, di pagg. 31.

Combatte, a proposito del terzetto 106-108 del canto VI di Purgatorio l'opinione dello Scolari, del Torri e di altri, per affermare, su l'autorità di Pietro di Dante, che quivi il poeta nostro chiama l'imperatore a domare le lotte di parte che insanguinavano le singole città d'Italia porgendogliene sotto gli occhi alcuni esempi scelti, senz'alcuna preoccupazione del colore politico e senza nè meno curarsi di porre a fronte l'una dell' altra, con armonia troppo minuziosa, due coppie di famiglie rivali. Una tale armonia è cosa, dopo tutto, che sta più nell'arbitro dei commentatori che nella mente del poeta, al quale, nel suo impeto sdegnoso, basta soltanto di presentare efficacemente i suoi esempi senza perdersi a cercare un ordinamento artificioso. Si potrebbe obbiettare che tale ricordo, presentato in forma generale, di alcune fazioni italiane, contrasta al verso Color già tristi e costor con sospetti, dove pare che il poeta alluda a fatti speciali e bene determinati. Ma non si deve dimenticare che quando Dante scriveva, la signoria prima di Ezzelino III, poi dei Della Scala, aveva fatto cessare in Verona le lotte di parte, che pure si eran calmate a Cremona sotto il dominio dei guelfi, laddove in Orvieto erano anche armati gli uni contro gli altri Monaldi e Filippeschi; ai quali dunque ben si conveniva l' epiteto di sospettosi, e di già tristi a quelli che lungamente avevano un tempo insanguinato le lor città. Il tristi si deve intendere detto delle discordie in generale e non di un fatto particolare, che trattandosi di cose da gran tempo passate sarebbe stato inutile specificare. Invece a un fatto particolare, recentissimo quando Dante scriveva, si riferiscono di certo le parole e costor con sospetti, determinate, anzi volute d'altra parte dalla ragion poetica della Commedia : quando Dante viaggiava nel purgatorio le sconfitte patite dai Filippeschi nel 1303 e nel 1311 non erano ancora avvenute, ma quando egli scriveva le sapeva e certo ad esse alludeva con quelle parole. Il significato del noto passo dantesco par dunque chiaro così : Vieni a vedere, uom senza cura, i Montecchi di Verona e i Cappelletti di Cremona, i Monaldi o Monaldeschi e i Filippeschi di Orvieto, quelli tristi per le passate discordie, questi sospettosi per le presenti. E questo porre di fronte discordie passate e di. scordie presenti poteva servire, nella mente del poeta, a mostrare come esse fossero male an. tico e profondamente radicato d'Italia. E aveva ragione il poeta di dare un esempio vivo di tali discordie accoppiando i nomi dei Monaldi e dei Filippeschi, che ancora erano accoppiati nella mente di tutti tenendo in sospeso gli animi, mentre l'altre due fazioni potevano essere ricordate separatamente, come quelle che, da tempo calmare, non vivevano più che nel ricordo degli uomini. In fondo, questa è l' interpretazione stessa che cinque secoli fa diede Pietro di Dante con minor lusso di parole: ma il suo semplice accenno doveva parlar chiaro alle memori menti de' suoi contemporanei, e ancora l'ignoranza e le preoccupazioni dei commenta. tori non avevano accumulate le tenebre sulla famosa terzina. Questo studio è estratto dalla parte za del vol. VI del Propugnatore, nuova serie, fasc. 31-32.

(151 Campani A. Postilla dantesca. (Nel Goliardo. Anno I, no. 4).

Non per recare nuova luce sopra un luogo tanto tormentato, ma per rispondere ad alcune affermazioni del professore Antonino Amore che nella prima parte di un suo scritto su Foscolo e Perez (nel Goliardo di Catania, I, 2) proclamò critici senza cuore e senza cervello coloro che possono affermare Brunetto Latini essere stato consigliere ed amico ma non maestro di Dante, crede il Campani opportuno richiamar l'attenzione degli studiosi sui noti versi 81-85 del XV canto d' Inferno. Dai quali versi non pare affatto esplicitamente che ser Brunello sia stato, nel vero senso della parola, maestro di Dante: ma che insegnasse, a quando a quando, al giovine Alighieri come l'uom si eterna, cioè come l'uomo può rendersi glorioso nella vita e nell' arte. Che se le testimonianze dei cronisti e dei commentatori più antichi sono discordi ed ambigue nè ben determinate le parole del poeta, tutto invece concorre a far ritenere che il Latini, uomo di somma autorità e cultura, e già vecchio quando Dante era ancor giosi. netto, non esercitasse mai, nè in publico nè in privato, l'ufficio di preceitore: tanto più se si rifletta che ser Brunetto fu più volte ambasciatore e poi cancelliere della republica di Firenze e vicario in Toscana per Carlo I d'Angiò, e stette in tutti i consigli e tra i sindaci e i priori del suo comune. Cfr. no. 149.

(152 Carducci Giosuè. Opere. Vol. VIII. (Recensione firmata d. o., nel Corriere della sera. Anno XVIII, no. 21).

L'ottavo volume delle opere del Carducci contiene seri e gravi studi letterari. I due primi parlano di Dante: uno, indagando la ragione storica delle rime del sommo poeta; l'altro, nar. rando della varia fortuna di Dante: ed è un peccato sia stato interrotto. Dagli ultimi anni dell'Alighieri giungiamo infatti appena al Petrarca, che il Carducci, animosamente e con sottile dialettica, difende dalla taccia di essere stato un dispregiatore del suo grande predecessore. Da un' epistola al Boccaccio e da altri argomenti, e a mezzo di opportuni raffronti, il Carducci crede di poter trarre quale fosse il vero concetto che il Petrarca aveva di Dante Alighieri.

(153 Dal Badia Jodooo. La patria e la casa di Giotto. Firenze, stabil. tipogr. fiorentino, 1893, in 16°, di pagg. 8.

(154 Franoeschini Lorenzo. Dante: « De Monarchia ». Foligno, reale stabil. Feliciano Cam• pitelli, 1893, in 8°, di pagg. 5.

Fra uno dei primi vanti della città di Foligno è quello di avere data in luce la prima edizione del sacro poema nel 1472. Seguendo ora il nobile esempio degli antichi concittadini sarebbe opera degna de' folignati quella di ripublicare con nuovi e larghi commentari l'altra non meno utile e da molti trascurata opera di Dante che si intitola De Monarchia. (155

Ga botto Ferdinando. Alcuni appunti sul teatro in Piemonte nel secolo XV e su Sie. fano Talice da Ricaldone. Verona, Donato Tedeschi e figlio, editori, (stabil. G. Civelli), 1893, in 16° picc., di pagg. 17.

Riferisce qui il Gabotto l' explicit del commento dei Ruralium commodorum di Pier Crescenzio che Stefano Talice nel 1474 trascrisse, e raffrontandolo a quello della Commedia vi ritrova un argomento definitivo per confermare che Talice non compose ma solamente copiò il commento dantesco publicato sotto il suo nome dal Promis e dal Negroni. Il dub. bio fu già espresso da Rodolfo Renier del quale il Gabotto cita un articolo sul Giornale storico della letteratura italiana (IV, 50); ma era anche da rammentare che il dottor Prompt

[ocr errors]
[ocr errors]

no. 91.

[ocr errors]

fin dal 1886 nel Pensiero di Nizza (XVI, 4844) e poi nei Nouvelles Annales de philosophie catholique e nella Nazione di Firenze aveva recisamente sostenuto doversi riconoscere nel Talice il riordinatore e il copista delle lezioni di uno sconosciuto spositore di Dante. Cfr.

(156 Lollobrigida Pietro. La nuova divina Commedia. Parte II. (« Purgatorio »). Roma, tipogr. dell' Orfanatrofio di santa Maria degli Angeli, 1892, in 16°, di pag. 220. Il primo volume di questa insulsaggine fu publicato nel 1892.

(157 Mazzoleni Achille. La ruina nel cerchio dei lussuriosi. (Annunzio in La Cultura; Anno II della nuova serie, ni. 26-27). Favorevole. Cfr. no. 112.

(158 Mestica Enrico. La psicologia nella divina Commedia. (Recensione in Folchetto. An. no III, no. 208).

Il Mestica ha studiato con serietà d'intenti la divina Commedia, ed ha voluto, per cosi dire, accompagnare Dante nel suo viaggio, fermandosi con lui ad esaminare le dottrine riguardanti l'anima umana nella sua prima origine, nella sua natura, nelle sue potenze, nella sua unità, nella sua ultima destinazione.

(159 Morosi ... I luoghi d'Italia rammentati nella divina Commedia raccolti da Teresa Gambinossi-Conte. (Recensione nel Fanfulla. Anno XXIV, no. 193).

Disegnare una carta geografica dell' Italia dove si vedessero indicati soltanto i luoghi che Dante ricorda è stato il compito dell'autrice che ha illustrato questa carta con un succinto e chiaro dizionarietto storico-geografico de' luoghi. L'autrice ha condensato in piccola mole tutto ciò che, in fatto di geografia, lo studioso avrebbe dovuto ricercare in molti commenti, ed ha corredato il suo lavoro di una breve dissertazione sulla geografia dei mondi danteschi e sul sistema tolemaico e di un' appendice dove tutti i luoghi fuori d'Italia indicati da Dante sono registrati Cfr. ni. 85 e 106.

(160 Novelli Vinoenzo. I Colonna e i Caetani: storia del medio evo di Roma. (Recensione in Popolo romano. Anno XXI, no. 196).

L'autore, per questo suo romanzo, ha scelto la fine del secolo XIII, il periodo forse più acuto della lotta politica. Nel libro campeggiano le figure più balde e più tristamente celebri, papa Bonifacio VIII, infido, audace, crudele, odioso a Dan'e; i nobili romani Savelli, Orsini, Caetani, Colonna, talvolta generosi ma sempre pronti alle armi, prepotenti e ambiziosi, intorno ai quali agiscono personaggi storici minori. Vi rivivono Giovanni da Procida, Jacopone da Todi, Nello Pannocchieschi, facinoroso e sleale sposo della Pia, Guido da Montefeltro ed altri che l'autore dipinge con potenza d'arte e fedeltà storica.

(161 Pellegrini Giacomo. - Sulla istituzione di una cattedra dantesca a Roma. (In Saggi di critica letteraria di G. Pellegrini. Oneglia, tip.-litografia eredi Ghilini, 1893).

In tutte le scuole secondarie e più ancora nelle accademie e nelle università ove son professori di belle lettere, il divino poeta ha già un culto speciale: però che non si può di. scorrere intorno alla nostra storia letteraria senza avere quasi sempre sulle labbra l'Alighieri. Non par quindi necessaria la instituzione di una speciale cattedra dantesca la quale, ad ogni modo, dovrebb' essere eretta non a Roma ma a Firenze centro e sede della letteratura e della sapienza italiana e patria di Dante.

(162 Piccardo-Biasci Orestilla. – I grandi poeti italiani: studi biografici e letterari. (Annunzio in La Cultura. Anno III della nuova serie, ni. 27-29).

Sono, piuttosto che studi, brevi saggi sulla vita e le opere maggiori di Dante, Petrarci, Ariosto, Tasso, Metastasio, Parini, Alfieri, Monti, Lcopardi, Manzoni, dalle quali sono riferiti lunghi squarci destinati ai giovani; posson esser utili come avvianiento a studi maggiori.

Cfr. no. 137

« PrethodnaNastavi »