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Veniamo al terzo argomento la cui conclusione è a pagina 101. «E quello stesso uomo che si dà tanta premura di occultare il vero nome della sua amante, che ha tanta paura che non s'indovini, quello stesso uomo avrebbe nel medesimo tempo rivelato, senza complimenti, quel nome, lo avrebbe publicato allegramente ai quattro venti ». Ai quattro venti no, perchè i due sonetti di cui egli qui parla e ai quali già accennai, sono indirizzati al suo primo. amico Guido Cavalcanti, al quale egli non avrà certo mancato di confidare anche prima il suo amore. Che se i due sonetti furono in seguito resi pubblici, uno nella Vita Nuova, l'altro separatamente, ciò avvenne dopo la morte di Beatrice, quando, cioè, era cessata la ragione di tener segreto il suo amore, e già tutti se ne saranno accorti dal fiero dolore che per quella morte lo colse.

Andiamo innanzi col quarto argomento; esso, a spremerlo bene, si riduce a questo. I. Portinari discesero da Fiesole. Dante chiama i fiorentini bestie fiesolane. Ma egli non li avrebbe certo chiamati così, se la sua amata avesse appartenuto a famiglia fiesolana; dunque, ecc. Innanzi tutto credo assai difficile precisare, se e quali famiglie fiorentine sien proprio discese da Fiesole; e ritengo anzi fermamente che su questo punto lord Vernon, a cui lo Scartazzini si appoggia, potesse benissimo saperne più di quello che ne sapesse lo stesso Dante. Ma non monta. È egli supponibile che quando Dante (veramente per bocca di Brunetto! parla di bestie fiesolane volesse vilipendere tutte le famiglie che non aveano discendenza la. tina ? È semplicemente assurdo. Il rimprovero colpiva quelle famiglie che si sentivan degne di rimprovero; e si può bene scommettere che parlandosi allora di una famiglia, nessuno dav vero s'incaricasse di pensare s'essa era venuta De' Troiani, di Fiesole o di Roma.

Quinto argomento: Com'è che abitando a cinquanta passi, come abitavano i Portinari dagli Alighieri, Dante non vide Beatrice che a nove anni? L'avrà vista anche altre volte, rispondo, ma naturalmente vi dev'essere una prima volta a cui attentamente si bada, ed è questa sola che s'imprime nella memoria (se pure questo innamoramento a nove anni non fosse da aversi per una bella invenzione poetica). Ma se erano così vicini, potea Dante, nel periodo da' nove ai diciotto anni (alla quale età il suo amore subì una nuova fase) dire « nella mia puerizia: molte fiate l'andai cercando » ? O che c'è di strano? o vicini, o lontani che fossero di casa, non è naturale in Dante il dire, che cercava vederla di sovente? – Ma com'è, riprende lo Scartazzini, che ne udì la prima volta la voce solo essendo diciottenne ? Questo vera. mente non avrebbe che fare con l'esser lontani, o vicini, ma sarebbe una difficoltà che cade. piuttosto sulla verosomiglianza di quell' amore puerile, sul quale io già espressi i miei dubbi. Ma sentiamo Dante come si esprime. È nella Vita Nuova, S. 3: « ....avvenne che questa mira. bile donna apparve a me.... e passando per una via volse gli occhi verso quella parte ov' io era molto pauroso;

per la sua ineffabile cortesia .... mi salutò virtuosamente .... e pe.. rocchè quella fu la prima volta che le sue parole vennero a' miei orecchi, presi tanta dola cezza che come inebriato mi partii dalle genti o. - O chi non vede esser qui descritto il vero punto dello innamoramento? Dante se ne sta tutto timido, e Beatrice gli parla per la prima : qui è il suono della sua voce giovanile, è la voce sopratutto dei diciott'anni, è la inaspettata gentilezza di lei ciò che afferra l'animo del poeta, è questa la goccia che fa traboccare il vaso, che imprime nel suo cuore un'orma che non potrà più essere cancellata, che in mezzo anzi a parziali e deboli eclissamenti si andrà man mano ingrandendo fino all'apo. teosi. « Fu la prima volta che le sue parole vennero a' miei orecchi o vuol dire: fu la prima volta ch'essa mi rivolse la parola; e in ciò nulla trovo di contradditorio coi precedenti, nulla che non si presti ad essere spiegato dal naturale svolgimento d'amore.

Veniamo ad un altro argomento, e sarà, se non mi sbaglio, il sesto. Esso si riduce in sostanza a questo. Tra la morte di Folco Portinari, seguita il 31 di decembre 1289, e quella della sua figliuola Beatrice, seguita il 19 di giugno 1290, stando alla Vita Nuova accadrebbero troppo più cose di quelle che possano capire in uno spazio poco più di cinque mesi e mezzo. Vediamo un poco quali siano queste cose. Morto il padre della sua donna, Dante ne lamenta la morte in due sonetti. Appresso ciò pochi di egli cade infermo, e soffre per molti di ama. rissima pena. Risanato, detta la canzone Donna pietosa. Poi succede la quarta apparizione d'Amore, e il sesto incontro con Beatrice. Poi Dante descrive l'effetto che questa faceva sulle genti quando passava per via. Infine, essa muore. Sarò un ingenuo, ma non mi par questa una folla tale di avvenimenti, da far sembrare assurdo ed impossibile che possa essersi com. piuta nel giro di quasi sei mesi : ed escludo anzi la ipotesi, alla quale, sopraffatio a tutta prima dall'osservazione dello Scartazzini, ero ricorso, che tra la data del ”89 e quella del "90 ci potesse essere qualche divergenza, che pur di frequente si verifica, pel diverso computo a Nativitate o ab Incarnatione.

Ma in Dante molti di significa non soltanto alcune settimane, ma mesi ed anni. Può dunque significare anche soltanto settimane e questo potrebb' essere il caso, e non vi sarebbe così più bisogno di dare a molti di una interpretazione che a me sembra assai sforzata. Egli veramente la rincalza con gli alquanti di della Vita Nuova, S. 40; che per taluni, come il Lubin, furono anni non pochi, durante i quali Dante, dopo la morte di Beatrice, simpatizzò con la donna gentile. Ma è un'opinione tutt'altro che accertata ; e non sarebbe veramente buona regola dimostrare una cosa dubbia con altra che anch'essa è bisognevole di dimo. strazione,

Veniamo ora al settimo argomento, il famoso matrimonio della Beatrice Portinari con Simone de' Bardi. Lo Scartazzini ammette che il costume dei tempi e l'indole di quell' amore tutto spirituale bastino a spiegare com' esso potesse anche volgersi su persona maritata. O allora perchè si fa poi quasi una difficoltà, di ciò che l'amore di Dante era un amore profondamente sentito, decisivo per la vita intima e per lo indirizzo intellettuale del poeta ? Questo anzi rincalza il nostro assunto. Forse la cosa sarebbe stata censurabile, se, come credo del Petrarca, Dante avesse cominciato ad amar Beatrice già maritata ; ma egli cominciò ad amarla nel 1283, e le nozze di Beatrice par che siano seguite alcuni anni dopo; tanto più naturale e per nulla condannabile, ch'egli abbia continuato ad adorarla in silenzio, e senza alcuna prospettiva di fisica dilettazione.

Che l'amata di Dante fosse poi maritata, una prova indubbia si ritrae dal chiamarla che fa Dante monna (madonna) Bice. Contro ciò lo Scartazzini esclama: « O che erano tutte quante maritate le innumerevoli monne o madonne dei poeti antichi ? » Veramente non ho il tempo di cercarlo, ma siccome è a lui che spetta l'onere della prova, non gli sarà forse difficile trovare una qualche madonna nubile: ma sarà questa in ogni modo una semplice prova negativa, una prova cioè che l'amata di Dante potè essere ugualmente nubile o maritata, non già che deva essere stata nubile.

A questo veramente egli ha in serbo una bella serie di argomenti; ma è peccato che non ne abbia addotto almeno uno un po' decisivo in questa sua scrittura che avrebbe dovuto essere definitiva della quistione, anche per riguardo a coloro che non hanno il tempo di frugare in altri lavori.

Una bella trovata mi pare però quella che se Dante si dava tanta premura di custodire il suo segreto, non è maraviglia se nelle sue rime dava all'oggetto dell'amor suo un titolo che non gli apparteneva. O diavolo! E chi mai gli avea proprio preparata un'alya Bice maritata su cui far cadere i sospetti? E questa poi sì che sarebbe stata un'azione non troppo raccomandabile! Ma come vedemmo Dante non ne ebbe bisogno, essendo i due sonetti in cui si parla di Monna Bice indirizzati all'amicissimo Guido.

Ed eccoci finalmente all'ultimo argomento, che si vuol desumere dalla poca autorità del Boccaccio, che fu primo ad asserire, la Beatrice di Dante essere figlia di Folco Portinari. Egli lo fa nella Vita di Dante, e nel Comento alla Commedia, in quest'ultimo solo aggiungendo a rincalzo la relazione di fededegna persona la quale conobbe Beatrice e fu per consan. guineità strettissima a "lei. O che bisogno, osserva lo Scartazzini, d' invocare la testimonianza di questa persona fededegna ? La s'invocherebbe p. es. per dimostrare che Bismarck fu il primo cancelliere del nuovo impero germanico? Ma ognun vede la differenza che corre tra un fatto pubblico, notorio, e un altro d'indole tutta privata, non interessante che una strettissima cerchia di persone, e che Dante non ebbe mai l'intenzione di divulgare, anzi amò tener sempre nascosto. E su ciò del resto io mi appello dallo Scartazzini di pagina 108 allo Scartazzini di pagina vo, ove esce a dire: « Chi là sui primi del '300 fosse andato a Fi. renze ad informarsi della personalità della donna amata da Dante » e se più tardi, tanto più « non avrebbe ottenuto altra risposta se non : Che ne sappiamo noi? E che importano a noi gli amori giovanili di un uomo bandito, di un condannato ? »

Ed è per la stessa ragione che non se ne incaricarono i primi comentatori; e non già, come dice lo Scartazzini, che lo avrebbero detto se lo avessero saputo. Mi fa specie però ch'egli citi fra questi il Buti come una prova a suo favore. Sfido io: se questi negava espres.. samente la corporeità della Beatrice dantesca, è ben naturale non potesse ammettere ch'essa èra dei Portinari. Egli poi vuol far dire troppo al Ma non è così che il Buti oppose al racconto del Boccaccio. Esso non prova già che a questo non si credeva fin d'allora, e non a Pisa, non a Firenze: prova solo che c'era chi non ci credeva : non era poi mica Vangelo !

Nè un soverchio peso si vuol dare neanche alle critiche che il Bruni fa al Boccaccio su questo riguardo : egli il fatto non lo nega, come non nega quello dell'amore di nove anni, che non dal Boccaccio è narrato, ma dallo stesso Dante: egli si limita a non dare importanza a simili leggerezze, com' egli le chiama: nè sta poi l'assioma dello Scartazzini che chi racconta il vero non merita biasimo; lo può meritare benissimo, quando il vero contato fuori di luogo e a sproposito. Per me anzi questa austerità del Bruni è una riprova che avrebbe volentieri chiamato favole e non solo leggerezze le cose narrate dal Boccaccio: s' egli nol fece è segno che favole del tutto non erano.

E così dunque, pure ammettendo che il Boccaccio poco si curasse della critica storica, io continuerò a stare alla sua opinione, anche in questi tempi in cui di critica se ne fa forse troppa. Mi contenterò però non di giurare ma di credere che la Beatrice di Dante fu la figlia di Folco Portinari e moglie di Simone de' Bardi, desideroso che a ciò si trovino prove più certe, ma desideroso altresì che il tempo dei critici venga meglio impiegato, e sopratutto che si abbia maggior riguardo a quello del pubblico non chiamandolo a giudicare se non di questioni perfettamente mature.

è 12.6

F. RONCHETTI.

PER LA EDIZIONE CRITICA DELLA “ VITA NUOVA ,,

Ch. sig. direttore del Giornale dantesco.

Il prof. Lubin da alcune osservazioni sul testo della Vita Nuova fatte incidentalmente nel mio articolo Gli studi danteschi e il loro avvenire in Italia prende motivo a sostenere, nel fascicolo V del Giornale, che mal fa la Società dantesca ad affidare a singoli studiosi l'edizione critica delle opere minori di Dante. Ho scritto che « la lezione va (lezione che il Lubin accetta) in luogo di andava nel S. XLI ha dato causa vinta a coloro che vogliono la Vita Nuova essere stata composta avanti l'anno 1300 », perchè così penso, e veggo. e so che pensano ormai generalmente i dantisti; nè quest'ultimo articolo del Lubin è riuscito a farmi mutare opinione. Ho scritto anche « che la sostituzione della lezione genuina Arabia alla volgata Italia nel S. XXX ha offerto, spostando la data della morte di Beatrice, un'altra no. tevole prova in favore della realtà storica di essa », e volevo alludere a quanto si legge a p. 63 e segg. della Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII di I. Del Lungo; alle quali pagine il Lubin potrà ricorrere per le dilucidazioni che desidera.' Quel ch' io posso ag. giungere è che la lezione Arabia è, senza dubbio, genuina, e mi dispiace di non aver qui nè il tempo nè il modo di provarlo, come potrò fare nell'edizione della Vita Nuova che sto preparando per incarico della Società dantesca. Sicchè la taccia di « colpevole inconsideratezza o che il Lubin mi dà, potrebbe rivolgersi contro chi, senza saper nulla affatto del mio lavoro, nega ch' io abbia raccolto tutte le prove necessarie per sostituire una lezione ad un'altra.

Mi creda

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Spero che i chiosatori provetti non si avranno a male se un semplice dilettante osa redarguirli e richiamarli alla vera lezione ed interpretazione del verso

Batte col remo, qualunque s'adagia ; uno dei più belli e più robusti che abbia scritto l'Alighieri, come uno dei peggio commentati. Intorno a questo verso i chiosatori hanno bevuto molto grosso: hanno proprio preso un qui pro quo, e fra questi non ultimo il Marussi che scrisse in proposito dalla mia terra natale, la Sardegna, la quale vanta cultori appassionatissimi del divino poema, alcuni dei quali lo sanno tutto a mente e non solo materialmente e letteralmente. Ed a ragione Dante è il poeta dell'umanità, il poeta universale: cosmopolita : Che sovra tutti come aquila vola.

Ritorniamo al verso. Basta farne l'analisi logica perchè apparisca l'abbaglio dei chiosatori in tutta la sua ingenua mostruosità. Ed eccone l'analisi :

Caron dimonio ...... batte col remo (le onde); qualunque (ognuna di esse) si adagia (si pone a sedere). Il qualunque non è mica complemento oggetto, ma soggetto, e, come tale, viene sempre usato da Dante nei luoghi paralleli. Valga di esempio il verso seguente :

Qualunque privo se del vostro mondo.

Ne potrei addurre altri e molti. Ciò posto, svanisce non solo ogni contraddizione, ma Dante appare in tutto il suo vigore scultorio o cesellatorio che si voglia dire.

Ed invero il verso

Batte col remo; qualunque s'adagia

è uno dei più belli esempi di armonia imitativa, ed ha perciò l'accento sulla quarta e settima sillaba, cosa molto rara in Dante. Esprime un non so che di fatalmente militare, quasi com: passato o meccanico, che spiega perfettamente come la tèma si volga in desio e qual costume ta parere (ubbidire : altro che ritardare) le anime di trapassar si pronte, (parere qui non è sembrare, ma ubbidire, dal latino poreo). Ma questo è nulla, a paragone della sublimità della de. scrizione che detto verso racchiude, sebbene così sintetica : è pari all' altra ove egli descrive il bollire della pece nella pegola

E gonfiar tutta, e risieder compressa.

Se alcuno dei lettori di questa mia chiosa si trovasse in una barca a remi, osservi ciò che accade allorchè il marinaro batte col remo le onde e la navicella prende le prime mosse. Per legge di gravità, tutti coloro che son nella barca, senza quasi accorgersene, si trovano a sedere: e, se ciò non avvenisse, molti cadrebbero nell'acqua. Conviene abituarvisi a lungo per poter' rimaner dritto. Lo stesso accade in una vettura.

Potrebbesi ammettere anche un'altra lezione, che, cioè, Caronte battesșe col remo la barca loro accennando e che a tal segno, come augel per suo richiamo le anime

Gittansi di quel lito ad una ad uną.

In questo caso sarebbe descritta la collera di Caronte, come l'ubbidienza fatale delle anime. Però il qualunque ha da restare sempre soggetto, non mai complemento oggetto.

Anche questa interpretazione darebbe un senso degno di Dante, sebbene inferiore all'altra, che io ritengo unica e vera. Ogni altra lezione è priva di senso comune; è anzi una mera stonatura : un vero qui pro quo.

Londra, settembre, 1893.

G. SENE.

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