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PER LA EDIZIONE CRITICA DELLA "VITA NUOVA „

Ch. sig. direttore del Giornale dantesco.

Il prof. Lubin da alcune osservazioni sul testo della Vita Nuova fatte incidentalmente nel mio articolo Gli studi danteschi e il loro avvenire in Italia prende motivo a sostenere, nel fascicolo. V del Giornale, che mal fa la Società dantesca ad affidare a singoli studiosi l'edizione critica delle Opere minori di Dante. Ho scritto che « la lezione va (lezione che il Lubin accetta) in luogo di andava nel §. XLI ha dato causa vinta a coloro che vogliono la Vita Nuova essere stata composta avanti l'anno 1300, perchè così penso, e veggo e so che pensano ormai generalmente i dantisti; nè quest'ultimo articolo del Lubin è riuscito a farmi mutare opinione. Ho scritto anche che la sostituzione della lezione genuina Arabia alla volgata Italia nel §. XXX ha offerto, spostando la data della morte di Beatrice, un' altra notevole prova in favore della realtà storica di essa », e volevo alludere a quanto si legge a p. 63 e segg. della Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII di I. Del Lungo; alle quali pagine il Lubin potrà ricorrere per le dilucidazioni che desidera. Quel ch' io posso aggiungere è che la lezione Arabia è, senza dubbio, genuina, e mi dispiace di non aver qui nè il tempo nè il modo di provarlo, come potrò fare nell' edizione della Vita Nuova che sto preparando per incarico della Società dantesca. Sicchè la taccia di colpevole inconsideratezza che il Lubin mi dà, potrebbe rivolgersi contro chi, senza saper nulla affatto del mio lavoro, nega ch' io abbia raccolto tutte le prove necessarie per sostituire una lezione ad un' altra.

Mi creda

Firenze, 14 di settembre 1893.

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suo amico

M. BARBI.

CHIOSE DANTESCHE

BATTE COL REMO QUALUNQUE S'ADAGIA.

"UN QUI PRO QUO „

Spero che i chiosatori provetti non si avranno a male se un semplice dilettante osa redarguirli e richiamarli alla vera lezione ed interpretazione del verso

Batte col remo, qualunque s'adagia;

uno dei più belli e più robusti che abbia scritto l' Alighieri, come uno dei peggio commentati.

Intorno a questo verso i chiosatori hanno bevuto molto grosso: hanno proprio preso un qui pro quo, e fra questi non ultimo il Maruffi che scrisse in proposito dalla mia terra natale, la Sardegna, la quale vanta cultori appassionatissimi del divino poema, alcuni dei quali lo sanno tutto a mente e non solo materialmente e letteralmente. Ed a ragione Dante è il poeta dell'umanità, il poeta universale: cosmopolita: Che sovra tutti come aquila vola.

Ritorniamo al verso. Basta farne l'analisi logica perchè apparisca l'abbaglio dei chiosatori in tutta la sua ingenua mostruosità. Ed eccone l'analisi :

Caron dimonio...... batte col remo (le onde); qualunque (ognuna di esse) si adagia (si pone a sedere). Il qualunque non è mica complemento oggetto, ma soggetto, e, come tale, viene sempre usato da Dante nei luoghi paralleli. Valga di esempio il verso seguente:

Qualunque privo se del vostro mondo.

Ne potrei addurre altri e molti. Ciò posto, svanisce non solo ogni contraddizione; ma Dante appare in tutto il suo vigore scultorio o cesellatorio che si voglia dire.

Ed invero il verso

Batte col remo; qualunque s'adagia

è uno dei più belli esempi di armonia imitativa, ed ha perciò l'accento sulla quarta e settima sillaba, cosa molto rara in Dante. Esprime un non so che di fatalmente militare, quasi compassato o meccanico, che spiega perfettamente come la tèma si volga in desio e qual costume fa parere (ubbidire: altro che ritardare) le anime di trapassar si pronte, (parere qui non è sembrare, ma ubbidire, dal latino poreo). Ma questo è nulla, a paragone della sublimità della descrizione che detto verso racchiude, sebbene così sintetica: è pari all'altra ove egli descrive il bollire della pece nella pegola

E gonfiar tutta, e risieder compressa.

Se alcuno dei lettori di questa mia chiosa si trovasse in una barca a remi, osservi ciò che accade allorchè il marinaro batte col remo le onde e la navicella prende le prime mosse. Per legge di gravità, tutti coloro che son nella barca, senza quasi accorgersene, si trovano a sedere: e, se ciò non avvenisse, molti cadrebbero nell'acqua. Conviene abituarvisi a lungo per poter rimaner dritto. Lo stesso accade in una vettura.

Potrebbesi ammettere anche un'altra lezione, che, cioè, Caronte battesse col remo la barca loro accennando e che a tal segno, come augel per suo richiamo le anime

Gittansi di quel lito ad una ad uną.

In questo caso sarebbe descritta la collera di Caronte, conie l'ubbidienza fatale delle anime. Però il qualunque ha da restare sempre soggetto, non mai complemento oggetto.

Anche questa interpretazione darebbe un senso degno di Dante, sebbene inferiore all'altra. che io ritengo unica e vera. Ogni altra lezione è priva di senso comune; è anzi una mera stonatura: un vero qui pro quo.

Londra, settembre, 1893.

G. SENE.

RIVISTA CRITICA E BIBLIOGRAFICA

BOLLETTINO

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Boarelli Luisa. Leggendo il canto V del Purgatorio di Dante. (Nella publica. zione intitolata Nel XXV anniversario delle nozze dei reali d'Italia Umberto I e Marghe rita omaggio della scuola superiore femminile Margherita di Savoja. Torino, tip. eredi Botta, di Bruneri e Crosa, 1893, in 8o). (171 Dante et Vico. (In Annalès de la faculté des lettres de Bordeaux. 1892). (172 -The Religion of Dante. (In Religious systems of the world. London, (173 di Dante. (Nel Lambruschini. Anno

Bouvy. E.

Browning Osoar.

1892).

Buscaino-Campo Alberto. III, n. 8).

Ancora della lupa

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Nella lupa è da riconoscere non la cupidigia, come vorrebbe il Poletto, ma sibbene quell'avarizia che il mondo attrista puttaneggiando co' regi, e che il veltro avrebbe politicamente rimessa nell' inferno, liberando il Vaticano e le altre parti di Roma, consacrate dalle sepol ture de' martiri, da un adultero, di cui la malaugurata dote di Costantino era esclusivamente cagione. (174

Il concetto fondamentale della divina Commedia. (Ivi, no. 9).

Che Dante, nello scrivere il suo poema, si proponesse un doppio scopo politico e religioso, è reso manifesto dalle proprie parole di lui sin dal principio del canto II dell'Inferno. Idea fissa di Dante era che la società umana, per conseguire la felicità terrena e l' eterna, cioè la pace, a cui la Provvidenza l'aveva disposta (Purg., V, 61-63 e De Monarch. I, 5) dovesse riordinarsi, secondo la dottrina cristiana, dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Cioè, restituendo al pontefice, capo della chiesa di Gesù, la condotta esclusiva delle cose spirituali, e all'imperatore, capo dell' unico stato, quella delle temporali (Purg., XVI, 85-132; Parad., V, 76-78). E perchè a persuaderne le genti in così fiero contrasto di passioni e di parti, credeva non potesse bastare il corto andare della speculazione, prescelse la via lunga dell' esperienza (inferno, XVIII, 48-50; Purgatorio, XXVI, 75), facendosi mostrare ad esempio, in tutti i tre règni dell' oltretomba, pur l'anime che son di fama note (Parad., XVII, 136). E cotesta esperienza, da cui è sanato l'umano arbitrio (Purg., XXVII, 127-142), rende ragione del trionfo finale, nel paradiso terrestre, della mistica Beatrice simboleggiata nella Portinari; il quale, a' tanti che guardano da un diverso aspetto le cose, riesce necessaria. mente un mistero. Chi osservi, infatti, che a questa è dato l'attributo di onniveggenza che compete esclusivamente a Dio (Inf., X, 131; Parad., XXI, 50), e che essa agli occhi di Dante appare vestita de' colori delle tre virtù teologali e del simbolo della pace (Purg. XXX, 31-33), si convincerà che sotto il nome di Beatrice non è rappresentato altro che la sapienza ordinatrice di Dio, rivelata al mondo dalla scrittura e dal verbo che però in quel trionfo l'accompagnano. E le vicende della chiesa e dell' impero vi sono narrate simbolicamente a figurare, come epilogo del fatto viaggio, il disordine sociale d'allora, e la necessità del ritorno dell'una e dell'altro al tipo cristiano della religione e della politica (Purg., XXXIII, 34-45). (175)

Cesari Augusto.

La morte nella « Vita nuova ». (Recensione firmata F. G., in La Bi

blioteca delle scuole italiane. Vol. V, no. 15).

L'autore, concentrando la sua attenzione su Dante e cercando di chiarire il concetto che egli aveva della morte e i modi suoi di rappresentazione della medesima, fa opportuni paragoni col Petrarca ed i petrarcheschi, con tutta la scuola del dolce stil nuovo, col Boccaccio

e con altri poeti, fin col Graf. In questo lavoro v'ha del buono assai. Chérancé (De) L. Saint François d'Assise. 6e édition. Paris, libr. Mersch), 1892, in 18°, di pagg. XXIV-431.

1

Cfr. no. 46. (176 Poussièlgue (impr.) (177

Falooi-Pulignani M. Le relazioni tra san Francesco d'Assisi e la città di Foligno. Foligno, tip. Artigianelli di san Carlo, 1893, in 8°, di pagg. VIII-49.

Sommario: Prefazione. 1. Il maestro di san Francesco; 2. Una visione di san Francesco in Foligno; 3. San Francesco vende i panni in Foligno; 4. San Francesco istituisce in Fo ligno un convento per i suoi frati; 5. I folignati a santa Maria degli Angeli; 6. San Francesco e una visione di fra Elia in Foligno; 7. San Francesco istituisce il monastero di santa Caterina; 8. Il beato Matteo da Foligno, discepolo di san Francesco; 9. Il beato Martino da Foligno, discepolo di san Francesco; 10. Il beato Ermanno da Foligno, discepolo di san Fran cesco; 11. Il beato Leonardo da Foligno, discepolo di san Francesco; 12. Due miracoli di san Francesco; 13. Alcuni folignati francescani del secolo XIII. (178 Filomusi-Guelfi Lorenzo. Una questione di costruzione. Verona, Donato Tedeschi e figlio, edit., (stab. tip. G. Civelli), 1893, in 16o, di pagg. 7. Intorno al terzetto 79-81 del XXIII canto di Paradiso. del vol. V de La Biblioteca delle scuole italiane.

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L'opuscolo è estratto dal no. 12 (179 Formont Maxime. Le véritable genie du Dante. (In Revue de la Société des études historiques. Serie IV, vol. IX). (180

Funai Mario. Note dantesche. (Recensione in Nuova Antologia. Terza serie, vol. XLVI, fasc. XIII). Favorevole.

Cfr. no. 129.

(181

Hartwig 0.
Fine.

Florenz und Dante. (In Deutsche Rundschau. Anno XIX, no. 2).

(182

Kradolfer J.

Die anticlericalen Stellen bei Dante. (In Protestantische Kirchenzeitung.

(183

1892, ni. 46-49).

Lessona Maroo. Cfr. no. 194. Lisini Alessandro. Nuovo documento della Pia de' Tolomei figlia di Buonincontro Guastelloni. (Annunzio bibliografico nel Giornale storico della letteratura italiana. Vol. XXI, fasc. 62 e 63).

Il Lisini publica un atto, da lui medesimo scoperto, dal quale risulta che Pia Guastelloni ne' Tolomei era ancor viva il 21 di agosto 1318, e non può quindi identificarsi con la Pia di Dante. Resta ora a indagare chi questa Pia veramente fosse, e speriamo che il prezioso archivio di Siena, abilmente frugato, risponda anche a questa domanda. Cfr. no. 66. (184) Manno A. Carlo Vassallo ricordato. (In Miscellanea di storia italiana edita per cura della r. deputazione di storia patria. Tomo XXX, [XV della serie]). (185

Nencioni Enrico. La lirica del rinascimento. (In Vita italiana del rinascimento. Milano, fratelli Treves, 1893, in 16o).

Vi è un accenno al sentimento della natura in Dante Alighieri. Palumbo L. L'invocazione delle leggi romane fatta da Manfredi. Lanciano, stab. tip. Rocco Carabba, 1892, in 8°, di pagg. 79.

(186

(187

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Forme des monvements circulaires de Dante e de Virgile dans l' « En-
Purgatoire. Marseille, impr. Barlatier et Barthelet, 1892, in 8°, di pagg. 18.

Ragnisco P.

-

Della fortuna di san Tommaso d'Aquino nella università di Padova durante il rinascimento. Padova, tip. Randi, 1892, in 8", di pagg. 28. (189 Rodooanachi E. Cfr. no. 192.

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La madonna di Dante. (Annunzio in La Cultura. Anno III della

Il Romeo esordisce con un raffronto tra i poeti che hanno cantato la Vergine e l'Alighieri; quindi esamina quanta parte conceda il poeta alla donna divina, e come dalla religione e dalla divozione verso di lei abbia tratto ispirazione sublime. (190 Roviglio Ambrogio. La rinuncia di Celestino V: saggio critico-storico. Verona-Padova, fratelli Ducker, editori, (Padova, tip. dei fratelli Gallina), 1893. in 16o, di pagg. 54. La parte principale nella rinuncia di Celestino l'ebbe il cardinale Gaetani, il quale sali dipoi al ponteficato non contro il volere ma coi favori di Carlo lo zoppo. (191 Sanesi G. L'organisation d'une armée italienne (Montaperti, 1260): trad. E. Rodocanachi. Angers, impr. Burdin et C., 1892, in 8°, di pagg. 15. (192 Commento alla divina Commedia. (Recensione in Athenaeum.

Soartazzini G. A.

N. 3401).

Favorevole.

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Cfr. no. 168.

(193

Schaff Filippo. - Dante Alighieri e la divina Commedia : studio. Prima traduzione italiana acconsentita dall'autore a cura del prof. Marco Lessona. Torino, Unione tipograficoeditrice torinese, 1892, in 8o, di pagg. lvj, con tavola. (194 Sene G. La fisionomia di Dante. (Nel Secolo illustrato della domenica. Anno V, no. 209).

Al Morelli, che ha dedicato la vita a pro' dell'arte vera, spogliandola d'ogni convenzionalismo, il Sene invia da Londra, ove dimora, questa lettera aperta, invitandolo a ricostruire la fisionomia del nostro poeta nazionale, la quale ancora giace sotto il colpo fatale che le die' l'arte incolta e non pensante dei nostri maggiori. Dante Alighieri era uomo bellissimo, ma di una bellezza virile: il suo volto, dal naso aquilino, era la fedele espressione della sua mente più che profonda. Eppure nei monumenti, nei quadri, nelle illustrazioni, si vede un Dante con una faccia che si addice più ad una fattucchiera che ad altri: una vera vecchiarella e brutta assai, per non dire uno spauracchio. E, primieramente, Dante avea la barba, una barba nera, ispida e folta ed alquanto ricciuta, della quale fa menzione il Boccaccio due volte o tre nella vita del poeta. Chi vede il ritratto di Giotto non può non innamorarsi della sua fisionomia cosi gentile e così espressiva: ma questo ritratto fu fatto nella giovinezza del poeta, forse sotto i venticinque anni. Abbiamo, è vero, una maschera di Dante: ma senza porne in dubbio l'autenticità, è da considerare la malattia dalla quale l' Alighieri morì, che fu paralisi dietro a febre perniciosa; una malattia che svisa e contrae orribilmente i cadaveri, tanto da render deforme anche ogni più bel volto di donna. E poi, per ottener la maschera, è necessario radere il viso del defunto, e ciò dovette accadere anche per Dante. Confrontando la purissima linea del ritratto giottesco si nota come una contrazione violenta assai visibilmente: forse accresciuta da un formatore inesperto. Sarebbe utile che il pennello magistrale di Domenico Morelli si accingesse a rivendicare la calunniata bellezza di Dante. (195 Spagnotti Pio. La Pia de' Tolomei: studio storico-critico. Torino, G. B. Paravia, 1893, in 16o, di pagg. 64.

Cfr. no. 144.

(196

Spangeberg Hans. - Historische Untersuchungen. XI. Cangrande I della Scala (12911320). Berlin, Gaertner, 1893, in 8o, di pagg. 219.

Cfr. no. 122.

(197

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Il primo canto del Paradiso. (In Rivista etnea. Anno I, no. 1).

(198

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