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contro Dio) della quale i bestemmiatori sarebbero i violenti, i simoniaci ed altri, i frodo. lenti, Giuda (e, fra i diavoli, i giganti e Lucifero) i traditori o perduelli; e le quattro categorie, (o le tre principali almeno), si avrebbero pure, cercando bene, o si potrebbero avere, nei lascivi, negli avari e negli invidiosi, quindi in tutte le colpe, meno, forse, per l'indole sua subitanea, l'ira, e pel suo rapporto più con la natura che con gli uomini, la gola. Ciò mi sembra dare, se non una spiegazione completa della distribuzione di tutte le colpe infernali (che, trattandosi di regolar il male che è sostanziale irregolarità, sarebbe forse impossibile), più sodisiacente almeno, a riguardo degli eretici, di quella che dà l'autore a pag. 58 ravvicinando la loro posizione intermedia a quella degli accidiosi in purgatorio.

Per tal modo il sistema penale ecclesiastico dei vizii capitali, che è da Dante sviluppato nel Purgatorio al XVII canto, viene messo in armonia con l'aristotelico, ch'egli enuncia all'XI dell'Inferno, coi termini: incontinenza, malizia e la malta bestialitade; cò che mi conduce a parlare dell'altro punto di dissenso.

È questo pure un luogo assai dibattuto, e sul quale furono espresse le più disparate opinioni. E lo stesso autore non pare ben sicuro della sua, se a pag. 29 trova che i collerici, in quanto rappresentano l'eccesso dell'ira, vanno annoverati fra gli uomini bestiali: o dunque coi traditori? Assai più logico mi parrebbe intendere per bestialitade la violenza, ch'è propria anche delle bestie, e per malizia la frode, ch'è dell'uom proprio male (XI, 25); mentre il tradimento, ch'è la quintessenza della frode, non si saprebbe invero come potesse ragionevolmente attribuirsi alle bestie. E nessuno, credo, si formalizzerà, per veder messa la malizia in mezzo anzichè per ultima, essendo in Dante, questa delle enumerazioni irregolari, una figura poetica frequentissima.

Una terza classificazione, ma questa parziale, abbiamo in Dante; dei vizi che dirò politici, invidia, superbia, avarizia, in tal ordine raffigurati nella lonza, nel leone e nella lupa al I dell'Inferno, e menzionati invece ne la loro gradazione di gravità nel verso: Gente avara, invidiosa e superba, XV, 58, e in ordine rovesciato ne l'altro del VI, 74: Superbia, invidia ed avarizia sono Le tre faville.....

Chiarito così, per quanto almeno da me si poteva, il mondo criminale dantesco sulla scorta del nostro autore, resta a far parola di qualche inesattezza di dettaglio, che, nella esu. beranza del dir molte cose, mi sembra gli sia sfuggita; e lo faccio non per lo stupido gusto di fargli il censore, ma piuttosto per mostrare che il suo è di quei libri che si leggono tutti, e da cui si desidera sia tolta ogni più piccola menda.

A pag. 44 dovrebbe esser provato che gl' ignavi girando rapidissimamente dietro un' insegna rimangano sempre come il palco, al luogo medesimo; cui parmi che l'esser nudi possa significare come fu nudo il loro animo, chè nudi, tranne i sospesi del Limbo, sono tutti gli abitanti d'inferno e di purgatorio.

A pag. 48 ove dice che nell'inferno non è alcun desiderio di Dio, escluderei pur quei sospesi, pei quali anzi un tal desiderio è tutta la loro pena.

A pag. 49 il dire che in purgatorio non trovansi che incontinenti, oltre esser contro la dottrina ortodossa, che ammette, ogni più gran peccatore potersi pentire e convertire come fece per esempio David, adultero ed omicida e Raab la meretrice, mi pare anche contraddetto da quel che Dante stesso pone in bocca a Manfredi al III, 121: Orribil furon li peccati miei (ne mi si darà a creder che ciò possa dirsi di un semplice eccesso di passione); e da quel che lo stesso autore osserva, aver i traditori della Tolomea il privilegio di scendere all'inferno prima d'esser morti; dunque per questi soli Dante avrebbe (e s'intende sempre in mera linea poetica) sancito la finale impenitenza. Dicasi piuttosto che una ragione estetica, di simpatia per così dire, farà a Dante trascegliere per presentarli in purgatorio peccatori non eccessivi, o lasciarne nell'ombra i delitti.

A dimostrare la possibilità di un errore di copista nella lezione accidioso, l'autore cita a fascio, con qualche variante da taluno adottata (come al III, 14: Vede alla terra tutte le sue spoglie) anche grossi svarioni di codici; uno di questi però incompleto, e cioè al V, 4 (trascrivo senza le cachigrafie): Stava Minos ch' orribilmente regna Esamina le colpe nell'entrata Giudica e manda secondo che degna; ora il lettore rimane in curiosità di quello che si leggesse al verso 2 al posto di Giú nel secondo che men loco cinghia, per vedere se gli stia innanzi una vera variante o un mero fenomeno di distrazione, o di stravaganza.

E a sostegno di varianti proposte senza appoggio di alcun testo cita quella, al luogo di Purgatorio, V, 39: Vapori accesi non vid' io tosto Di mezza notte mai fender sereno, Nè, sol calando, nuvole d'agosto, che il professor D'Ancona propose sostituire con quest'ultimo verso: Nè solca lampo nuvole d’agosto: e dice che non trovò oppositori. Ma nemmeno sc. guaci, dico io, correndo benissimo quel verso pur che si legga, sol, calando, nuvole d'agosto, purchè cioè si faccia solnominativo, e vi si sottintenda fendere, intendendo di quei fasci di raggi che sca ppano talvolta di tra le nuvole che accompagnano il sole nel tramonto. Più a proposito forse sarebbe stata l'altra al XII, !42 del Paradiso: Ad inveggiar cotanto paladino, dove l'Andreoli propose di leggere inneggiar; di che può leggersi anche L'Alighieri di que. st'anno, in uno de' suoi primi fascicoli: o quella al XIII, 104, già proposta dal Dionisi nel suo Aneddoto V, 65: Regal prudenza quel vedere impari in luogo di e quel vedere impari della Crusca, o e quel vedere impari del Buti, o è quel vedere im-pari del Lombardi, e che a me sembra tuttavia la miglior soluzione d'ogni difficoltà.

Questi i pochi rilievi che credetti dover far al lavoro del professor Francesco Faucher : ma in complesso, ripeto, esso è tale che leggesi con molto frutto, e merita di essere attentamente esaminato.

FERD. RONCHETTI.

Pilippo Meda

Saggi critici. - Milano, libr. edit. G. Palma, 1892, in 16° picc., di pagg. 48.

Questi Saggi critici sono tutti contenuti in quarantotto pagine e fondati su argomento assai vario e profondo. Fra gli altri, uno sulla Beatrice dantesca in quindici pagine: e un altro sull' episodio del Conte Ugolino nella divina Commedia in dieci pagine. Questo solo basterebbe per giudicarli. Scrisse, fin dal 1838, il Mamiani che alcuni a fanno della divina Commedia quello che le formiche d'un dolce frutto, caduto sulla via; ne mangiano; ma non s'ingrassano ». È proprio il caso del signor Meda e di questi suoi lavoretti dai quali poco si avvantaggeranno gli studi su Dante. Mi fermo: per dare base di fatto al giudizio, sul primo esercizio critico: quello intorno alla Beatrice dantesca. L'autore, premesso che « non può tener conto di tutte le osservazioni particolari, di tutti gli argomenti (sic) che i critici recarono a sostegno delle loro tesi contradditorie », anche perchè sarebbe inutile e teme. rario sforzo rifare il lavoro del D'Ancona », il quale « parcamente ha dato un concetto abbastanza completo della questione »; si propone semplicemente di « ordinare brevemente le considerazioni ed impressioni » sue; o, meglio, di « esporre gli argomenti » pe' quali in lui che hanno esposto e dimostrato fondati tutti coloro che non hanno mai creduto alla realtà storica della figura di Beatrice: onde nessuno sa vedere lo scopo scientifico che s'è proposio in questi saggi il nuovo critico della divina Commedia.

anche dopo della lettura ripetuta delle eloquenti pagine de' sostenitori della realtà storica della Beatrice, dura la convinzione contraria. Ma i motivi, che egli espone, sono, suprergiù, quelli

Questo librettino m'ha prodotto un gran senso di malinconia! Non pare una rivelazione individuale, o particolare. Molti libri, molti saggi, molte produzioni hanno indole e scopo uguale a questo librettino. È un fenomeno curioso e notevole, che dev'essere segnalaro. Pochi sono gli scrittori che danno idee nuove nelle pagine scritte da loro; che si propongano di riempire una lacuna; che abbiano un concetto chiaro e indipendente della materia che trattano; che « abbiano, come voleva il De Sanctis, il gusto degli scritti di cui vogliono dare giudizio ». Onde abbiamo ora grande ricchezza di ricerche pazienti, di osservazioni storiche, di documenti importanti. Ma critica vera, seria, profonda non abbiamo davvero altro che ne' grandissimi. Giacchè avete un campo aperto, e il plauso de' maggiori, quando mettete le. gne al mucchio, ricercando ed esumando documenti notevoli e sconosciuti, perchè volete con maggiore fatica metter fuori de' saggi critici che non aggiungono nulla?

Questo è il problema che dà sempre note singolari e curiose alla letteratura italiana contemporanea !

Mario MANDALARI.

BOLLETTINO

Agnelli Giovanni Esame di « Alcuni studi su Dante Allighieri » di G. Poletto. (In L'Alighieri, Venezia, 1893, fasc. 3 e 4).

(1 Recensione espositiva, favorevole. Albini Giuseppe – Cecco d'Ascoli. (In Fanfulla della domenica, 1892, an. XIV, no. 41).

Recensione favorevole del recente libro del Castelli su La vita e le opere di Cecco d'Ascoli.

(2 Alighieri Dante - La divina Commedia: edizione minore fatta sul testo dell'edizione critica di C. Witte, edizione seconda. Berlino, Decker, 1892, in 80. (Recensione in Nuova Antologia, terza serie, vol. XLIII, fasc. 2). Favorevole.

(3 Divina Commedia. Illustrazioni dell'artista fiammingo Gio. Stradano, 1587, riprodotte in fototipia dall' originale conservato nella r. biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, con una prefazione del dott. Guido Biagi. Firenze, fratelli Alinari edit., 1893, in fol. fig. di pagg. 110, con 9 facsimili e 41 tavv.

(4 Antognoni Oreste Piccarda e Beatrice. (In Nella Terra dei Nuraghes : giornale quindicinale di lettere ed arti, di Sassari. An. I, no. 6).

Prende a considerare il terzetto: Ond' io a lei: Nei mirabili aspetti Vostri risplende non so che divino, Che vi trasmuta dai primi concetti, e dichiara che il vostri del secondo verso dee riferirsi a Beatrice e a Piccarda, le uniche due anime di persone in presenza di Dante nel cielo della Luna che avesser lasciati vivi in lui i primi concetti, i lineamenti, le sembianze a lui dolcemente note su la terra. Può opporsi: il discorso è volto solo a Pic.

Cfr. no. 4.

carda: Ond' io a lei....; ma non monta. Uguale difficoltà presenterebbe la interpretazione co. mune: perchè non si rivolge anche alle altre anime? A Beatrice non può drizzare ora lo sguardo: si riserberà il piacere di volgersi a lei, quando questo colloquio sarà terminato. Ma perchè non ha in Beatrice osservato la stessa cosa al primo rivederla ? Allorchè potè mirarla e disbramare la decenne sete (Purgatorio, XXII, 2), non si provò nemmeno di descriverne l'aspetto; ma usci in una solenne esclamazione: O isplendor di viva luce eterna.... (Purga. torio, XXXI, 139). Una semplice osservazione, come questa fatta a Piccarda, non poteva aver luogo là dove si canta altamente l'inno alla donna idealizzata, alla donna simbolo. Qui in. vece la mente calma, serena torna a Firenze, alle care donne conosciute e pregiate; ora deve dirlo: voi, o bellissime, siete trasformate così che io non vi avrei riconosciuto se non avessi avuto altri segni, come il parlar vostro, il vostro manifestarmisi apertamente.

Se potesse accettarsi questa interpretazione del vostri, come pare all'autore, bisognerebbe con. venire, anche per questo passo della Commedia, che la Beatrice è personaggio storico, richiamandone Dante le fattezze umane insieme con quelle di Piccarda; della quale nessuno ha pensato di fare una semplice allegoria.

(5 Baooi Paleo Dante e Giovanni Fucci secondo una tradizione ignota. (Recensione di A. S. M. in Fanfulla della domenica, 1892, an. XIV, no. 35). Favorevole.

(6 Barbero E. Indice alfabetico della divina Commedia giusta il testo curato da A. Campi. Torino, Unione tipografico-editrice, 1893, in 8°, di pagg. xvj.173.

(7 Barbi Michele Bibliografia dantesca: 1. Opere di Dante. II. Studi su Dante. (In Bullettino della società dantesca italiana, di Firenze, no. 12, 1892).

(8 Biagi Guido

Buscaino Campo Alberto Ancora del « piè fermo » di Dante. (In 1 Lambruschini: periodico scolastico di Trapani. An. III, no. 3).

Ripete quanto aveva già scritto in risposta al Tommasèo, ed accennato qua e là negli Studi danteschi, intorno al piè fermo di Dante: al quale deve darsi il significato di piè destro, se vogliamo che tutto, nel famoso verso, diventi piano ed armonico: indicando il salire a diritta per la piaggia del monte ; a simiglianza di ciò che fa il poeta in ogn' altro passaggio simbolico dal vizio alia virtù.

(9 - Studi danteschi. Trapani, tipografia fratelli Messina e C, 1892-'93, voll. due in 8°, di pagg: 192, 16.

Contengono : Vol. I. Sul piè fermo; Sul tempo del viaggio; La via per la piaggia deserta; Li raggi duci; L'uscita dalla selva; Un'interpretazione sbagliata (Inferno, I, 37-38); Il cammino simbolico; Quistioni di cronologia; O animal grazioso e benigno; La lupa; La dispensa ( Paradiso, V, 37-39); La concubina di Titone; La prima scala del Purgatorio; Del Verbo intuarsi; La cima d'un titolo (Purgatorio, XIX, 99-103); Il paragone delle colombe; La notte e il plenilunio; Una variante (Inferno, XXX, 41). Vol. II. Dante e lo Scartazzini; Che amara? (Inferno, I, 7); Del veltro.

(10 Castelli Giuseppe

Ctr. no. 2. Cesari Augusto

Cfr. no. 46. Chapon L. L. - Le jugement dernier de Michel-Ange. Paris, Laurens, 1893, in 8°, con tavole.

(11 Clarioini-Dornpacher Nicolo

Cfr. no. 12. Cosmo Umberto Esame del libro del conte M. Clar icini-Dornpacher « Quando nacque Congrande 1 della Scala ». (In Rivista critica e bibliografica della letteratura dantesca. Roma, 1893, gennaio). Favorevole.

(12

Del Balzo Carlo Poesie di mille autori intorno a Dante Alighieri. (Annunzio biblio. grafico in Fanfulla della domenica, 1892, an. XIV, no. 12). Il vol. che qui si accenna è il III della copiosa e paziente raccolta.

(13 Della Torre Ruggiero – La pietà nell' « Inferno » di Dante : saggio d' interpretazione. Milano, Hoepli edit., 1893, in 8°, di pagg 236.

(14 Del Lungo Isidoro La figurazione storica del medio-evo italiano nel poema di Dante. (Recensione in Fanfulla della domenica, 1893, an. XIV, no. 4). Favorevole.

(15 Denifle G. e G. Palmieri Specimina palaeographica regestorum romanorum pontificum ao Innocentio III ad Urbanum V. Romae, tipogr. Vaticana, 1888, in fol., con tavv. (16

De Vit A. Della casa nella quale Dante fu ospitato in Padova (1306). (In L'Alighieri, Venezia, 1893, fasc. 3 e 4).

Non si può, in via assoluta, determinare la casa nella quale Dante dimorò in Padova nel 1300, mancando precise indicazioni di scrittori di quel tempo o almeno antichi. D'altra parte, da quanto si può attingere dalla tradizione e dai codici pervenuti fino a noi, par più ragionevole ritenere che il vanto di avere ospitato Dante spetii piuttosto alla casa Zabarella che fu la prima abitazione d'Jacopo di Carrara.

(17 - Il Gerione dantesco : osservazioni. (Ivi).

Gerione, guardiano del cerchio dei frodolenti e simbolo della frode, non è già quel nuovo mostro che molti vollero in esso vedere, creato dalla fantasia del poeta, ma nulla più di un drago colla testa d'uomo che si riscontra anche in autori anteriori a Dante. (18

D'Ovidio Francesco Un curioso particolare nella storia della nostra rima. (In Nuova Antologia, terza serie, vol. XLIII, fasc. 2).

La due paginette delle Battaglie del Muzio giustinopolitano, che riferisce, l'autore prende il motivo per resuscitare la questione: Vi fu egli davvero nella nostra poesia un tempo in cui rozzo e p0370, mezzo e vez70, rezzo e pazzo, comunque scritti, con semplice, cioè, o con doppia zeta, potessero rimare tra loro? Nella dotta ricerca Dante è portato in campo

(19 Eroli Giovanni Commento al verso del terzo canto dell' Inferno della divina Commedia « Che fece per viltade il gran rifiuto », estrallo dal periodico « L'Arcadia » an. IV, giugno, 1892, no. 6, e qui da molti errori corretto per l'autore stesso. Roma, tip. di Do. menico Vaselli, 1893, in 8°, di pags. 20.

Combatte l'opinione comune, tramandataci da Piero di Dante e da Jacopo della Lana, i quali riconoscono Pietro da Morone, di poi Celestino V, nell'ombra di colui che fece il gran rifiuto. Pietro, uomo dedito a Dio e alla contemplazione de' misteri divini, non potea paventare le altrui minacce, nè i pericoli, nè la morte. Celestino rifiutò la cattedra di san Pietro di sua propria volontà e liberamente, per legittime ragioni di umiltà, per desiderio d'una meglior vita, per rispetto alla sua coscienza, per tornare alla consolazione della vita passata. Il buon senso non potrà mai ammettere che Celestino sia sottinteso nella famosa terzina dantesca. Chi poi debba porsi in suo luogo non indaga l'autore: contento alla opi. nione del Lombardi, che a lui par la più saggia, che cioè Dante abbia inteso di qualche suo concittadino il quale, o per non ispendere danaro, o per altro vil motivo ricusando sostenere il partito de' Bianchi fosse cagione de' gravissimi guai avvenuti al poeta e a quelli del suo partito.

(20 Filalete (Giovanni re di Sassonia)

Formont Maxime Trois poétes italiens, Dante, Petrarque, le Tosse, par A. de L.2martine. (In Poly biblion: revue bibliographique universelle. Partie littéraire. Marzo, 1893).

Loda la ristampa di questi saggi estratti dal Cours familier de littérature, nei quali le

sovente.

Cfr. no. 25.

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