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jestas, et frater noster observandissimus de te statuerit, id a nobis 15 die futuri mensis aprilis auditurus es. Ut autem voluntatem et gratiam suæ majestatis Cesareœ regiæ, in tuam personam declaratam, uberius cognoscere possis, serio tibi committimus, et mandamus, ut ad 14 diem ejusdem mensis huc Viennam venias suce majestatis mentem altera die a nobis cogniturus; secus non facturus. Datum Viennæ ultima die martii domini 1598; ed a tergo, l'iscrizione: Reverendo F. Simoni Brattulich, fratrum eremitarum S. Pauli primi eremita priori generali etc. nobis sincere dilecto. (Farlati Illyr. Sacr. T. V. p.553.) Clemente VIII. pontefice confermò la nomina, e colla singolare prerogativa di ritenere il generalato dell' ordine, in cui poscia continuò vita sua durante. Questa circostanza si riscontra dagli atti concistoriali. An. 1601 15 januarii ad nominat. Cæs. M. provis. ecclesiæ Sirmiensi vacanti per obitum Stephani de persona F. Simonis generalis ord. S. Pauli priori erem. cum retentione dicti generalatus usque ad tem

pus præfinitum, et facultate, quod de novo eligi possit, quatenus ita constitutionibus ipsius religionis caveatur, et non alias cum clausulis etc. (Farl. Illyr. Sacr. T. vii. p. 565).

Lo stesso arciduca Massimiliano ottenne pure che dal fratello imp. Rodolfo traslatato fosse nel 1603 il nostro Simone alla cattedra di Zagabria, nomina la quale nel 1604 fu approvata dal suddetto pontefice Clemente VIII nel modo seguente: 13 septembris 1604 providit ecclesiæ Zagabriensi vacanti obitum Nicolai de persona Simonis Brattulich ep. Sirmiensis, quem ad ecclesiam Zagabriensem ad nominationem Cesarea regia majestatis transtulit, cum annua pensione ducatorum 400 monetæ illarum partium super ecclesiæ. . fructibus.

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Appena pervenne a quel vescovato volle usare troppa autorità verso i canonici egualmente che verso i monaci, per cui insorsero forti discordie e litigj. Niccolò Micaccio essendo passato dal canonicato di Zagabria al vescovato di. Varadino, volle Simone ritenere per un triennio li redditi di

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quel vacante canonicato, sull'esempio de' suoi precessori che ne ritenevano talvolta perpetuo l' usufrutto, e ciò ad oggetto di ristaurare il palazzo vescovile che ne aveva bisogno. Vi si opposero i canonici sostenendo essere ciò contrario alle loro costituzioni, nè mai praticato, e competere ad essi di passare i frutti a beneficio di uno de' suoi membri capitolari. Il vescovo trovandosi allora a Lopo glavo nel monastero de' suoi eremiti, ed intesa l'opposizione del capitoło, proibì loro che presa fosse su di ciò parte alcuna; ma i canonici non curanti il divieto vescovile, convocato il capitolo, ed assente il preposito maggiore, al quale compete la proposizione ed il primo voto, Baldiscera Napulio canonico lettore ne assunse le parti, perorò sull' argomento, e di unanime consenso fu decretato contro la volontà del vescovo. A questa deliberazione SIMONE irritossi fortemente, venne a Zagabria, convocò il capitolo li 12 settembre del 1604, esponendo dolersi gravemente che nei primordj del suo pontificato non fosse curato da' suoi fratelli canonici, ma bensì contra

riato, e sprezzati i suoi ordini, trattandoli da pervicaci ed arroganti, e con asprissime parole invel contro il lettore Napulio dichiarandolo capo e promotore di tale disubbidienza, giudicata una conspirazione contro di esso. Non tacque Napulio ma libero espose, e con forza ed audacia contro di lui sostenne la causa e le ragioni capitolari, per la qual cosa il vescovo irritossi maggiormente contro di esso, ma ritenne nell'animo, a tempo più opportuno, oppressa la sua iracondia. Una porticella annessa alla casa canonicale di Napulio dava passaggio alla gente, come via più breve, per la casa capitolare, e doveva essere chiusa di notte. O per incuria de' servi, o per altro motivo rimase più volte aperta, Cosa dispiacevole a tutti i canonici, i quali non trovavano in ciò la loro sicurezza. Fu im

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posto a Napulio di farla chiudere di notte, nè vi assentì; si fece istanza al vescovo, il quale l' ordinò con formale mandato, che non fu osservato. Fu allora che il vescovo trovò campo di sfogare l'alterato suo animo contro Napulio; convocò il capitolo,

e dopo aver perorato sull'arroganza, temerità, e contumacia di esso chiese al capitolo di qual castigo fosse meritevole. Diedero i canonici la loro sentenza, ma questa non essendo conforme al desiderio del vescovo, accesso d'ira s'alzò dal soglio, e proruppe nelle seguenti parole. Qui me pro legitimo suo episcopo et prælato nollet habere et recognoscere, neque ego illum pro meo canonico et capelano cognoscere et habere volo. Dette queste voci con sdegno, senza riguardo all'ordine ed alla dignità di Napulio, lo fece chiudere in una carcere. Questa insigne ignominia fatta ad un loro collega, ed a tutto il capitolo mal tollerarono que' canonici: lasciarono trascorrere alcuni giorni, onde si calmasse l'ira del prelato; portaronsi quindi supplichevoli ad esso, pregandolo di restituire e porre in libertà il loro confratello e collega, obbligandosi pronti a dargli soddisfazione, se in qualche cosa avessero offesa la di lui dignità. Assentì il vescovo alle loro preghiere, ma intanto che in via di grazia diceva di concedere, con nuovo attentato cercò di gravarli, mentre appena sortito dalle car

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