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fermo, e volse per persuase ; e fino 2 citare in appoggio La buona compagnia che l'uom francheggia Sotto l'usbergo del sentirsi pura (Inf., XXVIII, 117), quando è chiaro che la coscienza di cui parla qui Dante, letteralmente non è che la sicurezza di non mentire; e pure ammessavi una lontana allusione al sentirsi puro dei delitti che dagli avversari politici gli furono apposti, essa nulla detrae alle colpe delle quali potè egli ben conoscersi reo in faccia alle esigenze della giustizia assoluta. Che se poi Dante al III, 127 si fa, sia pure implicitamente, chiamare anima buona, ciò non può, a scanso di contraddizioni, intendersi che nel senso di eletta, predestinata al cielo, come se lo fa dire sovente, e che non esclude del resto che nel momento possa pur essere carica di peccati.

Ma, tornando al punto principale della proposta innovazione, credo inutile, venutole a mancare il fondamento primo, intrattenermi a discutere sui titoli pei quali, ad Anna, di preferenza che a Maria, sarebbe dato un posto così alto e nella gerarchia celeste e nella allegoria dantesca; e sul significato che alle tre Donne vorrebbe attribuirsi, in corrispondenza quasi alla triade divina, di potestà, amore e scienza.

Al valente illustratore della macchina dantesca preferisco invece chiedere la soluzione di uno o due dubbii che l'esame a cui egli mi ha chiamato ha fatto risorgere nella mia mente e di cui non sono riescito a districarmi.

Posto che i seggi, collocati ne l'ultimo, più alto gradino del celeste 'anfiteatro che il poeta rassomiglia ad una candida rosa, devono in sè raccogliere gli spiriti più elevati, o com' è che a questi vedrebbesi destinato l'ordine ove i seggi son più copiosi ? Se il sedere ne l'ordine ov'è Maria è titolo d'onore per l'apostolo Giovanni, Pietro e gli altri cinque che nella successione del nostro schizzo vengono dal poeta nominativamente indicati, e se gli scanni d'Empireo devono tutti essere occupati, com'è possibile che il lettore possa da sè, mentalmente completare quello elenco, con un'altra (data l'ampiezza della rosa) ben più lunga serie di nomi di ugual merito da accompagnarvi ?

La difficoltà è eliminata dal Balbo, il quale in quel primo ordine non colloca che quelle otto persone (comento al II dell'Inferno, in fine alla sua Vita di Dante); e con ciò si presenterebbero anche sotto aspetto di maggiore evidenza altri fatti, come quello delle posizioni, cui Dante accenna quali diametralmente opposte, di Pietro ad Anna e di Lucia ad Adamo, che in una quasi immensità di diametro non rappresenterebbero invero che una precisione meramente astratta e matematica ; e di Maria che per chiamar Beatrice a lei vicina si sarebbe invece rivolta a Lucia tanto distante; e di Anna, Tanto contenta di mirar sua figlia, Che non move occhio, per cantare Osanna ch' essa faccia. Ma oltrechè, come dissi, tutto è spiegato col Presso e lontano pon leva ; e alla precisione geometrica Dante ha ben avvezzi i suoi lettori; e la ragione del volgersi Maria a Lucia anzichè direttamente a Beatrice, può anch'essa trovarsi nella posizione gerarchica di questa, due gradi sotto di quelle due sante ; nasce però un'altra difficoltà, ed è che per ottenere simile distribuzione di posti, dovrebbesi supporre Maria non già nelle più ampie ed elevate ed estreme foglie della rosa, bensì nelle più piccole e basse ed interne. Rimarrebbe, ripeto, con ciò, salva la proporzione, di fare gli ordini celestiali tanto più ristretti quanto più si accostano alla perfezione, a pochi sempre accessibile; e si avrebbe anche un altro vantaggio; che dovendo la rosa celeste dividersi in due regioni, sopra e sotto la metà del suo asse longitudinale, una occupata dai bambini, l' altra dagli adulti (Vedi canto XXXII, 40), si verrebbe con questo sistema a dare ai bambini, che per la maggiore loro mortalità sono effettivamente il maggior numero, la regione più alta, e conseguentemente più ampia.

Ma è un sistema al quale non è possibile pensare, vuoi perchè ripugna il collocare i più eletti più in basso, vuoi perchè vi osta la stessa parola del poeta, collocando Eva ai piedi di Maria, mentre con quel sistema si avrebbe invece Maria ai piedi di Eva.

Si potrebbe allora pensare ad una rosa capovolta, nella quale i gradini, invece di scendere verso il centro, si espandono verso la periferìa ; ma anche a ciò, tacendo altri riflessi, osta il collocarsi che fa Dante Nel GIALLO della rosa sempiterna, da tutti inteso pel centro di essa, dal quale ne scorge l'estremo ciglio lontano, nel mentre invece, in una rosa capovolta, il centro sarebbe alle foglie più interne vicinissimo. Alcuni, in luogo di giallo leggono bensì giglio, che non avendo senso potrebbe lasciar supporre una vera lezione ciglio; ma anche con ciò non sarebbero forse vinte tutte le inconseguenze.

Per me anzi la difficoltà di ben intendere tutta la vera configurazione dell' Empireo, comincia fin dal XXX, 100: Lume è lassuso che visibil face; difficoltà che non valsero a dissiparmi nè il Ponta, nè il Lanci, nè il Caetani. Se fosse possibile avere una dimostrazione dell'Empireo dantesco, che ne porgesse una completa, evidente e ragionevole imaginc, credo che non io solo ma molti studiosi del divino poeta ne sarebbero riconoscenti.

F. RONCHETTI.

GLI IGNAVI E GLI ACCIDIOSI

DELL' INFERNO DANTESCO

l'anime triste di coloro,
Che visser senza infamia e senza lodo,

Inf., II, 35-6.
Tristi fummo
Nell' aer dolce, che dal sol s' allegra,
Portando dentro accidioso fummo.

Inf., VII, 121-3.

È ben noto che molti sono i commenti apposti alla divina Commedia per dilucidarla non soltanto nel vero senso che il suo autore le dette, ma ancora nella quantità di quei sensi, che da un luogo o da un altro deriva. rono, si perchè differirono i pareri dei dotti e sì perchè anche si prestò l'occasione di diverse interpretazioni. Leggendo adunque quei commenti, nessuno ci sembra che abbia sufficientemente svolto il senso che ha in sé l'ignavia di cui trattasi nel canto III, e quello dell' accidia, nel canto VII dell'Inferno, le quali ignavia ed accidia certo se non sono egual cosa per le circostanze appunto che le accompagnano, sono però in ultimo ambedue noncuranza o pigrizia che dir si vogliano. Laonde reputiamo lodevole il dare in proposito opportuni schiarimenti e in tal guisa mostrare quali si furono, a parer nostro, le veraci intenzioni del sommo poeta.

Spettatore esso delle divisioni guelfa e ghibellina della sua cara Firenze e del resto d'Italia, consapevole, per triste esperienza, delle grandi nequizie a cui si abbandonavano li cittadin delle città partite, coll'animo in un disposto a compassione, ma insieme ripieno di nobile sdegno, ideò di comporre un poema, dove, « sollevando i buoni e calcando i pravi », intese disvelare i suoi alti concetti di rigenerazione e di pace per vedere restituita l'Italia all'antica grandezza. Tale idea gli venne vie maggiormente caldeggiata dal fatto della venuta in Firenze dei neri e dei bianchi (an. 1301), i quali portando dissapori nella parte guelfa la suddivisero, e furono causa di altre nuove brighe. Dante, nato da famiglia guelfa, allevato e cresciuto a virilità nei sentimenti del guelfismo, sebbene moderatissimo sembri si fosse, pur non ostante non dovette certo ristare dall'indignarsi vedendo scindersi la sua parte medesima. Aggiungi che nuove gravi turbolenze, nuove empie scele.

Giornale Dantesco

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raggini conseguentemente venivano tramate e commesse per mano di quei due ultimi partiti, ond' egli previde che, poco a poco, sarebbe venuta distruggendosi ogni forza vitale e, invadendo l'errore ed il vizio, percludendosi la via ad ogni virtù morale e civile. In tanta scissura di animi, in tanta corruzione di sentimenti, Dante, che si riconosceva essere in Firenze uno dei giusti. duo, ma che non vi sono intesi, giudicò che per fare ritornare i suoi « vicini » ai principii nobili e generosi degli avi, era d'uopo togliere in prima la radice d'ogni malo costume, vogliamo dire le fazioni !

A tali sensi ispirato, intraprese l'opera, che già aveva concepita e disegnata, mirando sopra tutto i suoi pungenti strali contro gli odi intestini e contro le guerre fraterne, che sono la rovina del benessere comune dei popoli. Ma, siccome egli stesso conosceva che con la sua voce, per quanto potente ed energica, pure non sarebbe stato bastevole a riuscire a far argine all' universale corruttela, invocava quindi l'aiuto di un unico signore, il quale tosto sorgesse a « sanar le piaghe » e fosse salute della patria. Fidente perciò in un grande riformatore, incoraggiato dalla speranza non lontana di tempi migliori, rivolse i suoi giusti rimproveri, principalmente, contro chi fu causa più o meno diretta delle divisioni e delle sciagure cittadine e contro chi non s'ebbe cura, imponendoglielo il dovere, del restauramento sociale. E noi sappiamo infatti come a suo luogo siasi altamente querelato cogli imperatori tedeschi, alle cui mani vedeva, meglio che ad altre, per divina disposizione affidate le ragioni del romano imperio, perchè non cercarono di porre in assetto la misera Italia;

O Alberto tedesco, ch' abbandoni

costei, ch'è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar gli suoi arcioni :

che avete tu e il tuo padre (Rodolfo) sofferto

ch' il giardin dell' imperio sia diserto, la misera Italia, le cui terre :

tutte piene,
son di tiranni : ed un Marcel diventa
ogni villan, che parteggiando viene .

| Inf., VI, 73. - Già pubblicammo nell' Alighieri, benemerita rivista dantesca diretta dal testè defunto cav. F. Pasqualigo (cfr. vol. III, fasc. 10-12, an. 1892) alcune nostre opinioni intorno a quel verso, ed abbiamo fede che forse avranno potuto incontrare il favore di co. loro che si sono consacrati agli studi danteschi.

· Purg., VI, 97 e segg.

Quindi è che più tardi potè Dante rivolgere tutte le sue speranze all'

alto Arrigo, ch'a drizzare Italia

verrà, in prima ch'ella sia disposta! Medesimamente che alla riforma politico-morale pensò pure a quella religiosa nel senso che la Chiesa romana, già anche troppo degenerata e corrotta, sapesse tosto fare ritorno sulla retta via dal suo divin Fondatore tracciatale, e ciò per la pace completa non solo dell'Italia ma del mondo intero.

Però, siccome il poeta conosceva che da cotali nobili sentimenti non erano animati coloro che avrebbero potuto, e pur non vollero, curarsi del bene pubblico, crediamo che egli, prima d'incominciare la dolorosa narrazione e descrizione delle varie genti, le quali per i loro delitti alle cocenti pene d'inferno si martirano, abbia cercato con giusto motivo mostrarci fra quelli, Che visser senza infamia e senza lodo, sopra tutto quelli appunto che non attesero a compiere ciò, per la cui causa egli stesso precisamente stava per iscritto dettando. Che quella turba sia la turba, la quale va sotto il nome generico d'ignavi, ognuno lo sa, ma che Dante fra questi ignavi intendesse includere primieramente coloro che potendo non secero e non lavorarono per i fini che sopra abbiamo accennato, ci pare cosa degna di essere notata, tanto più che sfuggi all'attenzione particolare di tutti i commentatori del divino poema. Come male non ci apponiamo, lo vedremo in seguito per le ragioni che riferiremo; intanto, non sembri inutile se anco noi passiamo in esame quella parte del canto III dell' Inferno, dove appunto ragionasi di que' tristi, avendo da fare in proposito più d'una osservazione nostra.

Innanzi tutto diciamo che, sebbene Dante si gloriasse, da quando componeva la sua Commedia, di avere omai fatta parte per sè stesso, parte che aveva per mèta il già detto, fuor del quale riconosceva che ogni altro intendimento, ogni altra divisa tornava di danno al benessere comune, nondimeno ben capiva che anche tra quelli che parteggiavano diversamente da lui e quelli che indolenti se ne stavano lungi dalla vita cotanto attiva di que' tempi, sia pur che in generale si fosse riprovevole, correva gran passo, e di costoro stimava gli ultimi certamente più degni di disprezzo e di vituperio, perchè al momento opportuno, a viso aperto, sia non sostenendo le ragioni della propria parte, sia anco non affrontando il pericolo, che capitar potesse, mostravano quanta si fosse la bassa viltà, da che era insozzato l'animo loro 2.

i Parad., XXX, 137-8.

2 Ibd., XVII, 68-9. È a tutti noto come Dante, nel tempo in cui dava mano al pocma, avesse già abbandonato qualunque partito e si fosse messo in disparte, non per pusillani. mità, ma perchè vedeva quanta era la corruzione e la perfidia delle due fazioni principali di

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