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Ma non solo a cotal sorte di gente andavano le parole del poeta. Questi, ben s'intende, comprendeva pure fra i dannati dell' Antinferno (chè ivi trovansi appunto gl' ignavi, come ora osserveremo), coloro che, come dice Sallustio, dediti corporis gaudiis, per luxum atque ignaviam aetatem agunt); ma non sì che eglino gli fossero dinnanzi alla mente, quanto quelli, dei quali in prima toccam mo. Affermiamo in tal modo, non perchè crediamo che il poeta stimasse meno ributtanti gli uni degli altri, ma perchè, per i nobili fini, che lo facevan parlare, lo tenevano maggiormente preoccupato, senza paragone i primi, che non coloro testè accennati. Del resto, più tardi faremo in proposito opportuni ragionamenti. Comunque possa sembrare cotale nostra avvertenza, è certo però sempre che l' Alighieri, il quale aveva già tanta parte della sua vita spesa attivamente e sia in servigio degli studi, componendo lavori, che tutti conosciamo, e sia in servigio della patria, per il cui bene aveva brandite le armi e seduto ne' pubblici uffici, sentiva il più grande orrore per l'ozio, dandolo a conoscere non tanto colle parole, che stiamo per esaminare, quanto con quell' operosità sua medesima, ben consapevole che come l'uomo laborioso è attratto a compiere le più nobili azioni, così, per contrario, l'inerte è spinto a perpetrare le più turpi cose ?. Quindi non fu

Firenze, dopo essersi allontanate dai nobili principî, che le doveano informare: e molto più poi perchè egli medesimo aveva per dura prova esperimentata la doppiezza dell' una, che appunto ingiustamente lui aveva cacciato in esilio, e dell'altra, la quale pure con lui bandita, gli si fece poi contro in modo affatto ingrato.

1 C. Sallustio, De bello Jugurthino, cap. 2.

2 Ad attestare quanta si fosse l'operosità di Dante e come egli stimasse cosa odiosa la noncuranza e la indifferenza usata specialmente nei momenti più difficili, quali erano appunto quelli, a cui andiamo adesso accennando, sta l'esempio che segue. Racconta il Boccaccio (cfr. la sua vita di Dante al cap.: Qualità e difetti di Dante) che l'Alighieri, inteso che Carlo Valese veniva a Firenze coll' ingannevole pretesto di volerla pacificare, fosse deciso, conforme il deliberato dei priori che allora reggevano la pubblica cosa, di andare ambasciatore a Bonifacio VIII, al quale metteva capo la causa di quella malaugurata venuta, e che, prima di partire per Roma, esprimesse quel famoso motto : « Se io vo, chi rimane? e se io rimango, chi va ?.... :: « molto », che del resto sarà vero essere, come dice il Del Lungo, « da novelle ma non tale da essere « quasi sguaiataggine comica, (come soggiunge egli), indegna che Dante la pronuncias

(cfr. D. Compagni e la sua Cronica, vol. I, p. I, pag. 214). Senza volerci punto intrattenere su quella legazione e su quel motto erroneamente attribuiti al poeta, contuttociò sappiamo che i biografi di lui (a cominciare dal Boccaccio medesimo) dicono egli cosi significasse perchè, conoscendo il proprio valore ed il proprio ingegno, voleva far atto di orgoglio e di alterigia, come quegli, al quale solamente poteva affidarsi quella difficile impresa. Ma dato anche per vero quel moito e quindi quel contegno, questo però sarebbe spre vole solo in parte, onde noi pure non tributeremmo a Dante una lode condegna. Ma d'altra parte chi il vorrà condannare, per quella parte appunto, per cui noi crediamo che non mal fondatamente egli si apponesse colla sua risoluta espressione? Niuno negherà che egli doveva ben

adunque senza causa se il poeta, intraprendendo il suo lugubre viaggio attraverso il regno dei morti, mise sul vestibolo della città infernale appunto la malnata genia degl'ignavi, A Dio spiacenti ed a' nemici sui, perchè non a bene nè a mal fare posero l'ingegno, essendo in vita, ed anzi passarono questa nel più cupo silenzio, più vili se stati fossero altrettanti bruti. E ora si vedrà, esaminando quella parte del canto terzo dell'Inferno, dove precisamente ragionasi di que' tristi, come Dante s' intrattenga a parlarne assai e mostri che non avrebbe creduto mai Che morte tanti n'avesse disfatti. Le parole sprezzanti, che loro contro egli getta, la viva pittura della loro bassezza, il doloroso e, insieme, ributtante quadro delle punizioni, cui sono essi condannati, sono tali e tanti argomenti, che ampiamente ci attestano la grande

conoscere e sapere, egli che dall'alto seggio del priorato aveva già meglio compreso lo stato delle cose, che, se non fosse andato, non altri sarebbe riuscito a difendere la causa comune, e francamente mostrare al pontefice in quali angustie fosse questi per mettere la sua città. Se poi si fosse partito, allora peggio che mai. Chi avrebbe saputo regolare prudentemente le cose ? Chi avrebbe sostenuto la sua parte in Firenze meglio di lui ? È chiaro quindi che se di un lato Dante con quel detto faceva pompa della propria attitudine e del proprio sapere, dall'altro però ben capiva che, non solo fra quelli della sua parte, ma alcuno ancora fra gli stessi suoi colleghi era al ver timido amico e pauroso a tener alta la fronte contro l'imminente naufragio della patria. – Si sa infatti, per citare un esempio, che Dino Compagni era, nell'ottobre del 1301, nel reggimento della repubblica uno dei priori quale era stato, dalla metà del giugno alla metà dell' agosto del precedente anno, il detto Dante. Questi, quali vantaggi si poteva ripromettere da lui nel prossimo pericolo, quando colla sua Cronica stessa il Compagni non sa dirci nè mostrarci neppure a qual partito chiaramente egli appartenesse ? Nè da alcun'altra fonte storica molto meno lo possiamo rilevare poichè anche il Muratori medesimo dubita se Dino al guelfismo (neri) facesse parte o piuttosto al ghibelli. nismo (bianchi) (cfr. Rer. It. Script., tom. IX, pag. 466). Anzi leggendo l'accennata cronica, dove si narrano anco tutti i fatti di cui fu testimone oculare ed auricolare l'autore stesso, da essa non resulta che il Compagni partecipasse nè s'immischiasse, se non ben poco, nei tumulti e nelle vicende, che occorsero al suo tempo, ma dall'insieme invece che egli si stesse assai in disparte e, quasi sempre, solo spettatore dell'altrui operare. Quello che piuttosto si rileva dalla Cronica anzidetta è che Dino, piangendo sui mali della patria, inveiva contro gli odii e le scissure dei concittadini, ai quali inculcava di ricomporsi in pace, anche quando « meglio era arrotare i ferri » (cfr. Cron., lib. II, 5, 8. 22 e altrove). Vedasi che di tal carattere non era Dante, il quale conosceva meglio che quei tempi, e massime quello in che era vicino a venire il Valese in Firenze, non erano favorevoli alla pace, ma sibbene a schermirsi a viso aperto contro le subdole arti de' neri, che si studiavano di sopraffare i bianchi, per distruggerli quindi ne' loro averi e neila loro signoria. In una parola Dante reputava essere una necessità del tempo la difesa, il Compagni invece stimava più opportuno l'insinuar la pace, non dubitando perfino di avere « voluntà d'accomunare gli ufici » tra i bianchi, che allora reggevano, e i neri (cfr. loc. e lib. cit., 5). Del resto, in proposito di tal argomento, te. nemmo parola anche nel già cit. articolo nostro sul verso dantesco Giusti son duo, ecc.: vedi perciò l' Alighieri, an. e fasc. cit., pag. 450 e segs.

sollecitudine, dalla quale fu il nostro poeta animato nel rappresentarci, innanzi tutti, la turpe setta de' codardi, per servire ad esempio dei suoi contemporanei e, in ispecial modo, dei suoi concittadini. Nè credasi che esso poeta si limiti soltanto a una generale descrizione di que' dannati; fa capire che fra questi v' ha anche alcuno « riconosciuto », e forse forse v'ha alcuno (è credibile) ravvisato, che fu suo amico, il quale in patria non s'adoperò per niente, quando doveva e poteva, a giovare al pubblico bene, preferendo invece, o per pusillanimità o per noncuranza, di starsene solo in disparte. Ma di ciò ci basta ora di aver fatto un cenno, poichè a suo luogo vi ritorneremo sopra, studian. doci allora d'investigar meglio la mente dell'Alighieri. – Senz'altro passiamo piuttosto ad esaminare il brano del surricordato canto della divina Commedia.

Confortato Dante dalle parole di Virgilio a proseguire l'aspro e difficile cammino, dopo aver letto una terribile iscrizione, scolpita al sommo del la porta che mette all'inferno, ne varca la soglia e si sofferma sul vestibolo.

Quivi sospiri, pianti ed alti guai

risonavan per l'aer senza stelle,

per ch'io al cominciar ne lacrimai. Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d'ira,

voci alte e fioche e suon di man con elle facean un tumulto, il qual s' aggira

sempre in quell' aria senza tempo tinta !

| Senza volerci punto intrattenere sul commento di questi versi (dei resto per sè stessi chiari) e sulla bellezza artistica ivi contenuta, alle quali cose già soddisfecero i più noti cul. tori della divina Commedia, diciamo solo ciò che, secondo noi, sfuggi all' attento esame di quelli medesimi. Fu mostrato che quell'aer senza stelle e l'altro aere senza tempo tinli sono reminiscenze virgiliane. tolte cioè dai primi versi della descrizione dell' inferno nell' Encide (lib. VI, v. 265 segg.). Ma però non fu accennato che come Virgilio, in quel medesimo luogo, dipingendoci il vestibolo infernale, ove trovansi, secondo lui, personificati cutii i mali che aftligono l'umanità (cfr. op. e lib. cit., v. 273 segg.), così pure Dante, sebbene sul limitare del suo Inferno non incontri quelle turpi figure, (non imitando in ciò quindi il maestro), udì là sospiri, pianti ed alti guai, e vide poi gente in vario doloroso atteggiamento, reso tale per le pene, cui è condannata, le quali appunto, a seconda dell'età e dell'indole, la fanno miseramente agire, gente che, come sappiamo, non è altro che la turba de' vili. Dante dunque, dipingendo quel vario insieme doloroso, ci pare che ben si ricordasse di Virgilio, il quale precisamente nelle sue differenze quell' insieme aveva personificato. In: fatti, chi potrà negare che quel sospiri, pianti ed alti guai non rammenti il verso virgiliano: Luctus, et ultrices posuere cubilia Curæ, e gli accenti d'ira e i suon di man con elle (voci) ! Ferreique Eumenidum thalami, et Discordia demens dello stesso Virgilio?

All' udire il nostro poeta quel doloroso frastuono, non ristette dal subito domandare alla sua guida :

.. che è quel ch'i' odo?
e che gente è, che par nel duol si vinta ? !

Virgilio lo appaga tosto e fa a lui conoscere che

Questo misero modo
tengon l'anime tristi di coloro,
che visser senza infamia e senza lodo.

Sono questi l'ignavi. Quanto a Dante prema di avere spiegazioni sul conto loro, sul tenore di vita da essi condotta nel mondo in relazione a loro stessi ed agli altri, non è mestieri che noi lo dimostriamo, imperocchè egli si fa dire chiaramente da Virgilio che

Questi non hanno speranza di morte:

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che invidiosi son d'ogni altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa :

misericordia e giustizia li sdegna.

Il maestro vorrebbe continuare a descriverli per mostrare come grande sia stata la loro abbiezione col non far niente, nè in bene nè in male; ma a che tirare più innanzi, una volta che non ne sono meritevoli?

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Ecco ciò, di cui sono essi degni. Da tale espressione ben si rileva dunque che la maggior condanna, con cui si possono punire que tristi, ha da essere il disprezzo e la noncuranza, allo stesso modo col quale essi fecero verso gli altri nella loro vita. Fu detto che

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ed è verissimo, poichè se quelle anime avessero bene operato, sebbene aves

| Avevamo già scritto il presente lavoretto quando ci venne alle mani il pregevole studio del prof. G. Crescimanno su questo medesimo nostro argomento. A proposito di quel duol si vinta ci piacciono moltissimo le sue osservazioni, alle quali rimandiamo il lettore (Ctr. Figure dantesche del detto autore; Venezia, L. S. Olshki, 1893, pags. 10 e segg.).

sero commesso qualche lieve fallo, cosa del resto facile ad accadere per ca. gione della fragilità umana, e sebbene avessero errato anche gravemente, ma che di poi si fossero pentite, Iddio è tale che colla sua grande bontà le avrebbe perdonate e accolte per farle tosto degne del suo paradiso. — Dante, accennando alla misericordia divina, altrove ci avverte :

Ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò, che si rivolge a lei !

Questo non si può riferire al caso di quelle anime tristi, che giammai rivolsero al cielo un pensiero, non che un sospiro per far rilevare i loro propri sentimenti, onde . . . . Quei che volentier perdona, anzichè essere be. nigno verso esse, « le sdegna » invece, e loro rifiuta ogni commiserazione.

Dicemmo altresì che anche giustizia li sdegna e come può avvenire altrimenti, una volta che que' miseri non dettero di sè nè buona nè mala prova col loro nullo operare? Iddio, che è la giustizia personificata, come può loro concedere i gaudi ineffabili del suo regno, se non bene fecero? e se non male fecero, come può egli condannarli alle cocenti pene dell'inferno ? Razionalmente non può giudicarli e quindi, o in un modo o in un altro, loro assegnare piuttosto il premio che la pena o viceversa. Onde avviene che li rifiuta e per loro tien sospeso il suo proporzionale giudizio, volendo invece che essi si debbano aggirare per il vestibolo dell'inferno, quale in luogo che non è paradiso, ma neanche tutto inferno: neutro piutto

come appunto essi furono ?. Questa maniera di procedere della divina giustizia ci denota chiaramente com'essa sia costretta a far eccezione di tal malnata gente, condannandola a star in quel luogo, lungi dalla regola generale, per la quale sa e conosce di dover giudicare conforme l'entità delle opere. Se però a que tristi, Iddio come misericordioso non dà il paradiso, perchè non ne hanno alcun merito, se come giusto non li punisce coll' inferno e colle sue piú gravi pene, perchè non hanno mal fatto, crede con tutto ciò di dover loro assegnare un castigo speciale, per cui quelle anime, oltre ad essere relegate nell'Antinferno, sono punite cori un tormento, eguale per tutte, che mostra di destarle dal loro torpore :

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

erano ignudi, e stimolati molto
da mosconi e da vespe, ch'eran ivi.

1 Purg., III, 122-23.
2 Vedasi come in proposito saviamente dice il Boccaccio: «...

.... la giustizia (divina) gli lascia quivi (nella prima entrata dell'inferno), come gittati da se, miseramente dolersi, come niseramente vissero » (cfr. Commento su la divina Commedia, lez. IX).

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