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Le prime due delle suesposte terzine sono degne di essere notate, in quanto che con facilità ci manifestano essere quelle anime gl'ignavi condannati a fare un continuo moto, correndo appunto dietro a un'insegna, e in tal guisa a scontare la vita da loro codardamente passata nel mondo. Siffatta punizione, come analoga e più d'ogni altra ben meritata, è certo la ragione principale, per cui Dante fa fare quella gente laggiù nell’Antinferno. Però havvi ancora un altro motivo per il quale essa è obbligata, nè può diversamente, a correre senza tregua alcuna. Noi già vedemmo ed esaminammo il tormiento crudele inflitto a quegli sciagurati, che mai non fur vivi, che consiste nell'esser costoro stimolati molto da fastidiosi insetti e vermi, in modo da farli sanguinare da ogni parte, non che pungere rabbiosamente. Ora, se d'esserne liberati, stando fermi

Nulla speranza gli conforta mai, 1

come possono essi ristare dal far quel perpetuo moto ? In questo almeno trovano un certo sollievo, e con questo meglio confidano di potersi sottrarre in alcun modo a quell'infesto sciame. Quì cade in acconcio di osservare come la legge del contrappasso, da Dante altrove dichiarata ? e da lui, sempre che potè, eseguita nella distribuzione delle varie pene, non solo venga effettuata nel caso sopra detto, contrapponendosi cioè alla viltà e all'inerzia dai miseri summenzionati avuta tra i vivi, un'operosità ed un'energia, che quelli debbono dolorosamente e in perpetuo tenere nel vestibolo dell'inferno, ma ancora nel fatto che, avendo eglino da correre, sono costretti appunto a correre dietro a una bandiera, eglino, che disprezzati dal cielo e perfino dagli stessi dannati, formano l'oggetto di noncuranza e di scherno eziandio dei nostri due visitatori dei regni oltremondani. Riassumendo le cose qui sopra ed altrove dichiarate, rileviamo adunque, che lo contrappasso ben giustamente viene osservato nei versi in parola mediante quattro differenti castighi, che, a tormento ed ad onta di quegli sciagurati, sono loro imposti.

I. Col terzetto: Caccianli i ciel per non esser men belli, ecc., a cui tien bordone il verso : Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, i quali, denotando il dispregio che hanno coloro ivi ricordati per quelle anime, le contraccambiano siffattamente appunto per il codardo disprezzo da esse verso tutti e per tutto dimostrato nel mondo.

1 Inf., V, 44 3 Id., XXVIII, 142.

II. Col terzetto : Ed io, che riguardai, vidi una insegna, ecc., il quale,

, col mostrare come i detti miseri debbano adesso venir dietro ad una bandiera, bene sta a significare l'opposto modo da essi tenuto in vita, non avendo allora seguito alcun principio o partito, che esser doveva appunto la loro bandiera, e questo perchè preferirono di starsene inerti, in disparte, per fuggire qualsivoglia occasione di dar prova di sè stessi. III. Coll'altro : E dietro le venia si lunga tratta Di gente, ecc. »,

coi quali versi si vuol dire che gli sciagurati erano obbligati a correre precipitosamente dietro la menzionata insegna, senza doversi mai arrestare; e ciò è un' esplicita e ben giusta antitesi del modo da quelli tenuto tra i vivi, tra i quali appunto mai non fur vivi non una volta avendo corso sul luogo, in cui si rendeva necessaria, o poteva esser utile, l'azione loro. Però é da notarsi che la corsa, che quelle anime fanno, o meglio, debbono continuamente fare, resa inoltre vertiginosa, è subalterna a quella di un vessillifero, che, ad esse preposto, non solo ha da correre tanto ratto, facendo il giro (« girando ») del vestibolo infernale, ma anche ha da essere sdegnoso (« indegno ») d'ogni posa, in guisa che quella lunga tratta di gente non abbia occasione di fare sosta alcuna !. Questo suo correre frettoloso è eziandio motivato dal continuo tormento, che le producono i mosconi e le vespe, che eran ivi, dalle cui punture, correndo appunto ed agitandosi dolorosa mente, spera di liberarsi.

IV. Colle terzine : Questi sciaurati, ecc., e Elle rigaran lor di sana gue, ecc., le quali, dichiarando il castigo inflitto a que' mniseri, di essere cioè ognora punti dai sopradetti insetti e in guisa che il sangue uscente dalle ferite venga ai lor piedi ricolto da fastidiosi vermi, bene esprimono la degna ricompensa loro dovuta per l'indolente e codarda vita da essi condotta su nel mondo, dove se fuggirono tutte le occasioni per fare, non riescono però ora, perchè quella punizione è tale da costringerli a stare in azione anche troppa e, quel ch'è peggio, senza requie tormentosa !

reca,

1 A proposito di quel « girando » del verso Che girando, correva ecc. v' ha fra i com. mentatori chi interpreta in un modo e chi in un altro. Infatti E. Ruth nei suoi Studi sopra Dante Allighieri, intendendo l'« insegna » del verso precedente (cui riferiscesi « il girando ») in sè stessa, e anzi non tanto in sè stessa quanto nella persona che quell' « insegna » appunto

spiega « .... una bandiera che si volge ad ogni vento, nè mai si arresta » (cfr. op. cit., vol. I, pag. 127-8; ediz. Venezia e Torino, 1865). Altri, come L. G. Blanc, giudicano quella parola « esser difficile definire», perchè non sanno decidere a se Dante con girando abbia vo. luto significare che: girava sopra sè stessa ovvero che: faceva il giro del cerchio » (cfr. il suo Vocabolario dantesco, ecc. » : a pag. 163, ediz. Barbèra, Firenze, 1877). A noi invece pare ab. bastanza chiaro che detta parola voglia dire: facendo il giro (sottintendi del luogo, ch'è il vestibolo dell'inferno) quell'insegna e insiem con essa l'individuo che la portava, ecc. Anzi ci meravigliamo nel sapere che anche qui, vi sono dei commentatori i quali rimangono per: plessi, o se interpretano, interpretano affatto diversamente una voce, di cui pure collo stesso significato, si hanno diversi altri esempi sparsi nella divina Commedia.

Fra la tanta moltitudine di gente che vien dietro alla suaccennata insegna Dante dice poi di aver visto alcuno di sua conoscenza :

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Impossibil cosa è il poter comprendere a chi volesse il poeta alludere con quell' « alcun », di cui egli mostra aver piena cognizione. Certamente, non sapendosi di chi intendesse ragionare, non dubitiamo che non possa trovare onesta accoglienza in proposito la nostra non mal fondata interpretazione, per la quale pensiamo che Dante si esprimesse a quel modo così generico, più che per voler designare un qualche individuo, per usare invece una significazione qualunque, diretta però al supremo scopo che lo animava. Di tale suo scopo altrove ragionammo assai e mostramnio com'esso fosse rivolto al benessere della patria, studiandosi appunto il poeta di destare specialmente molti de' suoi concittadini dal loro torpore, per disporli quindi a sostenere a viso aperto le fiere lotte del tempo. — Per la qual cosa chi può contrastarci la nostra spiegazione, per cui noi dichiariamo essersi Dante voluto pronunziare a quel modo, senza forse aver avuto di mira alcuno in particolare, con quel suo verso ? Crediamo inoltre che così vagamente egli cercò di esprimersi per meglio incutere il timore della medesima sorte di quei tristi, che sarebbe

Non ci sappiamo convincere come mai al cit. Zingarelli non sembrino le punizioni che sopra una vera e propria esecuzione del contrappasso, allorquando nel ricordato suo articolo dichiara : « La loro corsa e le punture da cui sono stimolati (gli sciagurati) non sono da intendere come un contraccambio della loro inerzia, quasi per far provare loro col tormento ciò che non hanno sentito in vita con l'operosità, ma come un simbolo della vanità del loro cammino nella vita e della bassezza dei loro sentimenti » (cfr. loc. cit., pag. 258). Anche noi confermiamo la verità di quest'ultima parte, ma come vero è che il fatto del

sangue degli sciagurati » mischiato di lacrime, a' lor piedi Da fastidiosi vermi era ricolto rappresenti la viltà di quegli individui, altrettanto non men vero è il fatto che gli altri castighi sono auzi un proporzionato contraccambio della medesima viltà ed inerzia degli stessi sciagurati. A proposito poi delle terzine al n. IV ricordate non troviamo retta la interpretazione dal cit. Ruth data nella detta op. e loc. – In quanto alla nudità degli sciagurati, cui accennammo nella prima delle due terzine che sopra, non possiamo accettare il parere emesso da qualche commenta: tore, perchè se da una parte può essa sembrare esser allusiva alla nudità del loro animo, non avendo operato niente in vita, dall'altra però non è a dirsi come quella nudità medesima sia piuttosto direttamenie subordinata alla detta pena delle punture, non potendosi questa senza quella ottenere nel suo completo effetto.

per toccare a coloro fra i suoi contemporanei, i quali non seguissero la sua voce esortatrice 1

Passiamo ora a parlare di quei versi che dicono :

Guardai, e vidi l'ombra di colui,
che fece

per viltate il gran rifiuto.

La maggior parte dei commentatori sono d'opinione che qui Dante intenda alludere a Pietro del Morrone, eremita di santi e insieme semplici costumi, il quale, eletto pontefice col nome di Celestino V, poco tempo appresso dovette abdicare, seguendo gli astuti consigli del cardinale Benedetto Gaetani, che poscia gli successe nel trono e fu chiamato Bonifacio VIII 2.

Oltre quelli moltissimi che vennero dopo, sono da notarsi, in primo luogo, quasi tutti gli scrittori, contemporanei del poeta, i quali, studiando la divina Commedia, furono unanimi nel ritenere come veritiero il parere che sopra. Fra costoro v' ha il Boccaccio, con molta probabilità il Petrarca, Fazio degli Uberti, Jacopo della Lana e con lui l'Ottimo (Andrea Lancia ?), anzi gli stessi figli di Dante, Jacopo cioè e Pietro, ed altri ancora 3. A noi pure sem

vero

i Degna di osservazione in proposito è la spiegazione che il Boccaccio dà al verso che sopra. Egli dice che quell' « alcun riconosciuto,... non nomina, perciocchè se egli (Dante) il nominasse, qualche fama o infamia gli darebbe: il che sarebbe contro a quello che di sopra ha detto cioè, Fama di loro il mondo esser non lassa, ecc. (cfr. il suo Comento sopra la divina Commedia ecc., lez. IX, loc. cit.).

2 Dopo più di due anni di vacanza, fu creato papa Celestino V, il quale stette in carica soli mesi cinque e giorni nove, cioè dal 4 (?) luglio al 13 dicembre 1294. Ciò attesta Gio. Villani nella sua Cronica, lib. VIII, c. 5.

: Cfr. Boccaccio, cit. Comento sulla divina Commedia, lez. IX; Petrarca, De Vita solitaria, lib. II, sec. 3o, c. 18; F. degli Uberti, Ditlamondo, lib. IV, c. 21, e gli altri scrite tori. già nominati, nei rispettivi commenti alla divina Commedia, ai versi surricordati. - Se

è ciò che dice il Giuliani, che, cioè, il miglior interprete di Dante è Dante stesso, qui è il caso di vederlo col fatto. Nel c. XXVII dell'Inferno, parlando Bonifacio VIII, fra le altre cose espone:

Lo ciel poss' io serrare e disserrare,

come tu sai; però son duo le chiavi,

ch' il mio antecessor non ebbe care. Chi ben osserva le parole di questi versi, trova che sono espresse con un certo disprezzo, per il quale Bonifacio mostra di voler dire: Per chiudere e dischiudere il cielo io ho solo due chiavi, il cui possesso non ebbe caro il mio predecessore, anzi rifiutò per la sua dappo. caggine e mala accortezza. Vedasi come tale aperta allusione a Celestino V fatta dal suo successore, ben richiami alla mente quell'altra, di cui trattasi: tanto più che ambedue vanno a ferire quel pontefice per essere stato così di piccolo animo rinunziando al trono. Stando in tal guisa la cosa, ci sembra che essa sia la più bella prova, atta ad autenticare la interpreta. zione più comune circa colui Che fece per viltate il gran rifiuto.

Giornale Dantesco

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bra da porsi fuor di dubbio siffatta interpretazione; ma, nondimeno, diciamo che se, dato che in colui Che fece per viltate il gran rifiuto, non si volesse intendere Celestino V, nessun altro vi si può ravvisare che questo non sia certo uno vissuto al tempo di Dante. E valga il vero. Il poeta, dicendo:

Poscia ch' io v'ebbi alcun riconosciuto,

mostra chiaramente di significare che fra quelli, che erano nell' Antinferno, distinse e vide più d'una persona, la quale aveva precedentemente conosciuta per qualche rapporto. Se Dante avesse con quel verso voluto riferirsi anche ad alcuno, che a lui non fosse stato noto, non avrebbe detto certo di ricono. scerlo, ma invece avrebbe usato un altro verbo che non questo, il quale, nel nostro caso specialmente, non può esprimere in modo diverso. Quindi ne viene di conseguenza che Dante, accennando a Celestino V, o a chi per lui, (ma ciò ci sembra difficile) possa dire :

Guardai e vidi l'ombra di colui,

che fece per viltate il gran rifiuto :

con che vuol significare : fra que' miseri, che stanno nel vestibolo infernale, dei quali alcuno scôrsi, che già aveva conosciuto, mirai e distinsi l'ombra di colui, ecc. Per la qual cosa è da dirsi che quel « guardai e vidi » è di dipendenza diretta da quel precedente «ricunosciuto». — Non vogliamo ora intrat- . tenerci a dimostrare come male si appongano quei commentatori, i quali, nella persona a cui alluse Dante nei due citati versi, piuttosto che Celestino V preferirono di ravvisarvi, chi Esaù, chi Giuliano l'apostata, chi Vieri dei Cerchi, Giano della Bella, ecc. ecc., perchè altri studiosi del sacro poema già misero in campo più ragioni plausibili, atte a farci comprendere non potersi accettare simili interpretazioni. Invece, poichè siamo per la spiegazione anzidetta, diciamo che a confermarla, oltre il fatto generico dell'enunciato riconoscimento, (il quale, del resto, si presterebbe anche parlandosi di altri individui contemporanei del poeta), vha pure il fatto eziandio generico di quel «gran » aggiunto a « rifiuto », che, dandogli un maggior rilievo, ci muove a credere non doversi cotal « rifiuto » appunto riferire se non a cose parimenti grandi, come al papato o all'impero. Questi due supremi ideali, alla cui restaurazione e limitazione Dante consacrava il De Monarchia e buona parte della Commedia stessa, erano sì fitti nella sua mente, che, riferendoci al primo, dovette essergli di vivo dolore allorquando intese che Celestino V abdicava vilmente al trono pontificio, perchè con tale abdicazione veniva a recare non piccol danno e alla chiesa e alla società civile. – Ora, siccome il poeta, per il fine propostosi colla sua opera, volle mettere in iscena quanti

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