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periore si divide in due parti, che sono i cerchi inferiori, dalla palude Stige in giù, e i superiori, che il poeta descrive nei sette primi canti. Ora i dieci canti che seguono, fino al principio del viaggio di Malebolge hanno versi 1 3422 X 11 X 61.

È questo il quarto riscontro.

Volendo ricercare divisioni minori, si vedrà come nel Paradiso la visione della Luna incominci al canto II, v. 23:

E forse in tanto, in quanto un quadrel posa.

Il fine è al canto V, v. 90:

Che già nuove quistioni avea davante.

Il numero dei versi è il 488

61 X 8.

Similmente si vedrebbe che nella visione di Saturno i versi sono 244 61 X 4.

Ma lascio quel sesto riscontro e altri ancora. Mi basta aver dimostrato che Dante aveva in mente quel fattore primo 61. Non credo che le mie prove siano bastevoli per convincer quelli che si dilettano di leggere e di ammirare gli antichi commenti. In ogni caso saranno sufficienti per chi crede che un buon padre di famiglia non debba far scommesse, nelle quali si abbia, per perdere ogni cosa, la probabilità d'un migliardo contro uno. Ciò premesso, osservo che nessuno diede mai un senso determinato a quella terzina che si legge in fine del Purgatorio :

Ma perchè piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia più ir lo fren dell'arte.

Conoscendo le preoccupazioni di Dante intorno ai numeri, vedendo ch'egli metteva dapertutto quel fattore primo 61, esaminiamo se per quelle parole egli non intenda che il numero dei versi di quel poema era detere determinato secondo le medesime leggi che esistono per altre

minato,

divisioni della trilogia.

Qui si osserva in primo luogo un fatto sospettoso e strano, ed è che il Purgatorio ha 4755 versi e il Paradiso, 4758.

Credere che Dante volesse dare il medesimo numero di versi ai due poemi, è idea ragionevole; ma credere che volesse lasciar quella differenza d'una terzina sola, è cosa che non si spiega.

Per altra parte, se il Purgatorio avesse i 4758 versi, quel numero sarebbe divisibile per il fattore primo 61.

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Poi il 4755 è uguale a 3 X 5 X 317, e quel fattore primo 317 è numero che non risponde a niente. È cosa molto improbabile che Dante, volendo rinchiudere tutte le divisioni del suo poema in numeri più o meno notevoli, abbia lasciato stare, fuori di quella regola, appunto quella divisione massima, che è la seconda canzone.

Tutto si spiegherebbe, ammettendo che per trascuranza del primo copista manchi una terzina del poema. E allora, noi vediamo che il numero totale dei versi delle tre cantiche diviene tutto pittagorico. Difatti, se il Purgatorio ha veramente 4758 versi, il numero totale dei versi del poema è 14236.

Ma il poema si compone di due parti, che sono un brevissimo proemio e la visione dei tre regni dell'altra vita. L'azione incomincia quando Dante s'incontra con Virgilio. Prima di quell'istante, non v'è altro che smarrimento, incertezza, dubbi, deliri: non si sa, non si vede quale sia la tendenza generale dell'opera, e se Virgilio non veniva, l'opera medesima non poteva esistere.

Il proemio finisce al verso 62, quando si dice:

Dinanzi agli occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quella prima parte ha appunto i 61 versi che rispondono al numero primo già tante volte adoperato per innalzare l'edifizio aritmetico del divino poema.

Chi toglie il 61 dal 1.4236 ha per risultamento il 14175, cioè un numero che si divide in quei piccoli fattori primi ai quali la filosofia pittagorica volle attribuire virtù grandissime e sensi misteriosi di somma importanza. Si ha l'equazione:

141753X 3X 3X3
X5 X 5
X 7.

Ora siamo innanzi a un problema nuovissimo, che è il seguente: Se nel Purgatorio manca veramente una terzina, quale è il luogo dove esiste quella lacuna?

Il presente studio dimostra assai come Dante volesse divider l'opera sua in parti che avessero un numero di versi determinato, e che dovessero, mediante quel sistema, rispondere alle idee pittagoriche.

Se dunque noi osserviamo che in qualche divisione naturale e evidente della seconda canzone vi sia un numero di versi al quale manchi appunto una terzina sola per innalzarlo a quella dignità allegorica, allora avremo per quella parte del poema la probabilità che qui si ricerca. E

questa esiste per i sette ultimi canti, che sono la storia della visione del Paradiso terrestre, e hanno precisamente 897 versi. Si aggiunga la terzina che manca e avremo il numero notevolissimo del goo invece dell'897, che non ha senso nessuno.

Qui si noterà ancora che il copista, lasciando stare una terzina, non poteva mettere insieme le rime necessarie, fuorchè in un caso solo, che è quello della dimenticanza dei tre versi al principio d'un canto. Ma in tutto quel poemetto del Paradiso terrestre, il fine di ciascun canto e il principio del seguente formano discorsi nei quali non si vede il mezzo di fare intercalazioni. L'unica eccezione è quella che si osserva per il canto XXVIII, dove noi intendiamo agevolmente che il poeta poteva metter qualche verso al principio, prima della frase Vago già di cercar, ecc., per dipinger lo stato della sua mente e la bellezza di quell'ambiente ch' egli vedeva intorno a sè, quando giunse nel bellissimo giardino.

In quel caso, la seconda rima della terzina che noi non abbiamo doveva esser tale da rispondere alle parole giorno e intorno. Esaminando un rimario di Dante, si vedrà come le uniche parole ch'egli suole metter con quelle due sono corno e adorno. Della prima non dirò niente; ma è ovvio che la seconda esprime precisamente l'idea che qui si vorrebbe ritrovare.

Non v'è dubbio che manchi una terzina in tutti i codici; ma che manchi qui, è cosa ch'io non posso dar per sicura; è probabile, forse probabilissima, ma sicurissima no.

Questo è uno degli esempi che possono esaminarsi per dimostrare che tutti i codici del poema derivano da una copia sola: altrimenti non si vede come potrebbero tutti esser concordi nello stesso errore. Ho fatto conoscere un altro sbaglio del medesimo genere nel mio studio dei Dottori del sole (1), osservando come nel canto XII del Paradiso al verso 137 si debba leggere Ambrosio invece d'Anselmo. Ma gli esempi di quella unanimità dei copisti in certi spropositi sono numerosi assai, con tutto che la critica dantesca non se ne sia accorta fin qui.

Mi preme di fermarmi in tale conclusione, e perciò non voglio dire tutto quel che spetta allo studio dei numeri nelle opere dell' Alighieri. Pure è d'uopo rispondere a un'obbiezione che viene innanzi, in certo modo, come resultamento dei nostri calcoli.

Si dirà che il numero 61 si sceglie fra i numeri primi per ragioni che nessuno intende e che Dante, in quella scelta, pare ubbidire a un capriccio sragionevole.

(1) nella Rivista l'Alighieri.

Prima di venire a dichiarare quel dubbio, si osservi che il medesimo numero ritorna, con senso allegorico e misterioso, nelle canzoni degli altri poeti del trecento. Questo si vedrà, per esempio, nella bellissima allegoria di Cino da Pistoia che incomincia così:

Nel tempo della mia novella etate.

In quella canzone, l'amico di Dante dipinge i suoi combattimenti con cinque giovani, adorni di varie divise, che raffigurano i cinque sensi, e con sette guerrieri, immagini dei sette vizi massimi, ai quali vengono a unirsi sette donne crudeli; per quelle s'intendono i vizi contrari, come la viltà lo è della superbia, o la prodigalità dell' avarizia. Sul fine di tali avventure, il poeta, vincitore del peccato e degli errori della giovinezza, accenna all'età sua in questi termini:

Venti duo mila cinquecento e sei

che aggio camminato.

Di quel numero 22506 non si saprebbe che fare, se il lettore non considerasse che sono giorni (1); e allora si vede come 2250661 X 365 +241. Cino nacque nel 1270. Ebbe i 61 anni nel 1331. In quei 61 anni, i bisestili sono al numero di quindici. Dunque il numero accennato risponde a 61 anni giuliani e 226 giorni, o, in altri termini, a 61 anni giuliani e una rivoluzione del pianeta Venere.

Delle proprietà allegoriche del 61 è facile rendersi ragione, osservando che quel numero è in certo modo analogo del 9. Difatti il 9 è uguale alla differenza fra 25 e 16, che sono i quadrati del 4 e del 5, e il 61 è uguale alla differenza fra 125 e 64, che sono i cubi del 4 e del 5.

Ho letto una volta un lavoro d'un giovane professore, il cui nome. voglio tacere; dirò soltanto che si trattava, in quel libello, di esporre qualche teoria sull'amore di Dante per la donna ch'egli vagheggiò dopo la morte di Beatrice e ch' egli dice esser la Filosofia. L'autore, scusandosi in certo modo d'essersi inoltrato per quella via, diceva: «Io non ho in mente » di venire a dir cose nuovissime su Dante, ciò che sarebbe la cosa più » STUPIDA che si può immaginare ».

(1) Nel quaderno XI del presente giornale, p. 489, il chiar. signor Cesareo fece questa medesima osservazione; egli però non conosceva il mio lavoro, che fu accolto dalla direzione del giornale molto prima della pubblicazione di detto quaderno. Qui si ha dunque un semplice riscontro, del quale mi pare che tanto il Cesareo come io medesimo dobbiamo esser piuttosto lieti, poichè è una prova di più della verità della nostra idea.

Con minore audacia e impeto meno minaccioso diceva il Bianchi in una delle sue pur troppo numerose edizioni del poema: «Tutta la lode. » che oggi rimane a un commentatore quando cose nuove difficilmente si » posson dire è il criterio della scelta e il modo dell' esporre ».

Io non scrivo per quelli che pensano così. So benissimo che mi dadello stupido e che saranno pronti a disserrar le labbra per giudicare i miei lavori coll'unica parola: Delirio! Scrivo per quelli che sono amici del progresso e a quelli dico una volta di più: leggete e giudicate. Se i fatti ch'io vengo a dimostrare non sono veri, ditemelo, che sarò lictissimo di riconoscere il mio errore. Ma se sono veri, allora dichiaratelo e credetelo arditamente e respingete lungi da voi, col debito disprezzo, tutti gli errori dei quali si fa tesoro nelle scuole.

DOTTOR PROMPT.

POLEMICA

NELL' INFERNO DI DANTE

Dare un giudizio sincero d' un lavoro nuovo non è la cosa più facile, perchè si può eccedere in dir bene o dir male, secondo le disposizioni dell'animo, l'indole del critico, le relazioni di simpatia o di antipatia tra il critico e l'autore. Opere che alcuni innalzano alle stelle, son da altri sprofondate mille leghe sotto terra: scritti di nessuna importanza sono esaltati, mentre lavori non cattivi giacciono trascurati, o al più onorati d'una parola di sprezzo. A me oggi capita (se sia merito o grazia ignoro) d'esser messo in vista dal dott. Barbi, il quale nel Bullettino della Società dantesca italiana (gennaio "94) discorre d'un mio lavoretto sull' Inferno, trovandovi molto da biasimare, non sempre da lodare dove per suo consenso le

Osservazioni son nuove o esatte.

Ecco il modo migliore di screditare un libro senza compromettersi : una parola gettata a caso, un dubbio, una frase incerta che non sa risolversi tra il credo e non credo, possono fare, sull' animo di chi non ha tempo di leggere l'opera, quell' effetto che sicuramente non è per l'autore una buona raccomandazione. Cosi il Barbi, senza darsi la briga di dimostrare provare con fatti, avventa qua e là giudizî come questi: i cenni storici

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