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Filomusi-Guelf Lorenzo. La figlia del Sole. (In La biblioteca delle scuole italiane. Anno V, no. 11).

Si riterisce ai versi 136-138 del XXVII canto di Paradiso : Così si fa la pelle bianca, nera Nel primo aspetlo, della bella figlia Di quei che apporta mane e lascia sera; intorno a' quali si sono affaticati i comentatori cosi antichi come moderni; nessuno riuscendo, per altro, a dare una sodisfacente spiegazione. La bella figlia del Sole è Circe. Senza tener conto di Omero, ignoto a Dante, Circe è detta figliuola del sole da Ovidio e da Vergilio; del quale ultimo, specialmente, era a Dante famigliarissima tutta l'alla tragedia. L'intera terzina è da intendere: Così, (cioè fino al punto che il ragazzo, ancora imberbe, si ride de' digiuni e si augura di veder morta la madre, versi 130-135) la pelle della bella figlia del sole (la sembianza, l'apparenza di Circe) nera nel primo aspetto (ossia turpe, deforme al primo apparire) si fa bianca (piacevole, dilettosa). In questa terzina si tratta di quella femina balba Negli occhi guercia e sovra i piè distorta, Con le man monche e di colore scialba, apparsa in sogno a Dante nel quarto ripiano di Purgatorio: di quella dolce sirena che volse Ulisse dal vago cammino: di quell'antica strega che a prima vista parve a Dante deforme ma che poi, com'è appunto de' piaceri fallaci simboleggiati da essa, si venne, sotto gli sguardi di lui, abbellendo e colorando (Purgatorio, XIX, 7-63). Si potrà obiettare: com'è che la Circe della visione è da prima di colore scialba ed ha volto smar

arrito, cioè pallido: mentre la Circe del canto XXVII del Paradiso ha nel primo aspetto la pelle nera? e com'è che poi l'imaginativa dell'uomo fa di color roseo la Circe della visione, e di color bianco l'altra? L'autore non indugia a veder anche qui l'influenza della rima; la quale dev'essere stata causa di una di quelle pic. cole deviazioni dalla poesia interiore ben definita prima, delle quali discorrono lo Gnoli e 10 Zingarelli.

(59 Franciosi Giovanni. A Giovanni Bohl valoroso traduttore di Dante : terzina. (In Ri. vista critica e bibliografica della letteratura dantesca. Roma, marzo, 1893).

(60 Postille dantesche. (Ivi).

Si riferiscono ai versi 25-27, 82-84 e 95 del canto IV, e ai versi 2, 19-21 e 56 del canto VII della cantica prima. Cfr. no. 23 e 71.

(61 Gioia Carmine. L'edizione nidobeatina della divina Commedia: contributo alla sto. ria bibliografica dantesca. Prato, tipografia Giachetti, figlio e C., 1893, in 8°, di pagg. 34. Fa la storia della celebrata edizione della divina Commedia publicata in Milano per

Ludovicum et Albertum Pedemontanos edente Martino Paulo Nidobeato Novariensi nel 147778.

(62 Inguagiato Vincenzina. Dantes Xristi Vertagus: conferenza letta nel « Circolo em. pedocleo » di Girgenti la sera del 4 marzo 1893. Girgenti, uff. tipogr. Formica e Gaglio, 1893, in 8°, di pagg. 34.

Dopo le gravi fatiche sostenute ad indagare le tre cantichc, s' ha da far molto ancora perchè esse brillino della loro luce. Manca tuttavia uno studio serio, accurato sullo spirito di Dante. Tal difetto ha dato origine ad errori parecchi, che intralciano il retto intendimento della grande opera, ed è stato cagione d'un attacco violento alla dignità dell’Alighieri. Non bastarono, infatti, i sofismi del Voltaire e del La Harpe, non gli insulsi giudizi del Bettinelli: chè alle loro ingiurie altre assai più gravi ne aggiunsero il Balbo, il De Sanctis, il Corniani, accusando Dante di aver mutato parte politica e di aver poi aspramente fulminato colle sue invettive quanti aderirono a' Guelfi. Ma Dante, dal momento in cui si manifesta alle genti banditore di verità, si libera da ogni idea di parte, e assunto l'ufficio di apostolo del cristianesimo colpisce il vizio dove lo trova e celebra dovunque la virtù. Il pensiero del poeta non ha quindi più riscontro alcuno nè col pensiero guelfo nè col ghibellino: è, in vece, la palingenesi aella sapienza cristiana. Con la divina Commedia Dante perseguita e combatte il

Cfr. no. 53

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male, incita al bene, tende a fermare, quant'è possibile, la felicità fra i popoli. Ora, perchè è Dante colui che nel poema traversa i regni dello spirito alfinchè la riproduzione del suo pensiero, anzi l'entità sua medesima combatta il male e sia di emendazione a chi lo comprenda: Dante nel veltro rappresentò sè stesso, l'opera sua intellettuale, il poema. Questa è oggi l'opinione di parecchi dantisti : venuta prima in mente al Missirini, accolta poi da Frarcesco Pasqualigo e da Giuseppe L. Passerini e sostenuta con grande copia di argomenti da Ruggero Della Torre. A questo veltro allude Beatrice quando nel XXXIII canto di Purga. torio prenunzia lo avvicinarsi di un tempo nel quale un messo di Dio significato dalla sigla D X V, combatterà vigorosamente il male e lo ridurrà all'esterminio. Nel poema sono esempi in cui a significar numeri son tolte le lettere corrispondenti : qui, sciogliendo la sigla nelle tre lettere D, X, V, si avrebbe il caso inverso permanendo la ragione logica del fatto. Per questa e per altre ragioni pare verosimile che la prima di queste lettere, D, sia iniziale del nome Dantes; la seconda, X, del nome Xristi; la terza, V, di Vertagus: cosi si avrebbe: Dantes Xristi Vertagus; Dante, veltro di Cristo.

(63 Jourdan E. – Les registres de Clement IV (1265-"68). Recueil des bulles de ce pape publieés ou analysées d' après les manuscrits originaux des archives du Vatican. Paris, libr. Thorin et fils, 1893, in 8'. Fasc. I, di pags. 112.

(64 Lisini Alessandro. Cfr. no. 66.

Lubin Antonio. Il cerchio che, secondo Dante, fa parere Venere serotina e mattu. tin.2, secondo i due diversi tempi, e deduzioni che se ne traggono. (Recensione in La Ci. villà cattolica. Serie XV, vol. V, quad. 1025). Favorevole.

(65 Luzio Alessandro.

Mazzi Curzio. Esame del libro di A. Lisini « Nuovo documento della Pia de' Tolomei ». (In Rivista critica e bibliografica della letteratura dantesca. Roma, febbraio, 1893).

Il cav. Lisini, degno successore di L. Banchi nella direzione dell'Archivio senese, publica un atto col quale madonna Pia de' Guastelloni, vedova di Baldo de' Tolomei, ratifica (13:8, agosto 21) a frate Vanni di Ghida, procuratore della Casa de' poveri, detta della Misericordia, la vendita di una casa a detto Vanni fatta da Andrea, figliuolo di essa Pia, e dalla nuora Magia moglie di Andrea. Il documento, di per sè poco importante, è bensì notevole poi che serve ad escludere che la infelice Pia senese di Dante sia precisamente la vedova di Baldo Tolomei, come, fino a poco tempo fa, è stata comune credenza. Essa, infatti, vedova nel 1288, dopo soli quattro anni di matrimonio, rimase con i due figliuoli Andrea e Bal. duccia, nè passò mai a seconde nczze, e potè vedere la bella corona de' sei nepoti che il figliuol suo, Andrea, già morto nel 1320, aveva procreati da donna Magia del conte Aldobrandino de' Pannocchieschi.

66) Micocci Ulisse. - La fortuna di Dante nel secolo XIX. (Recensione della prima edi. zione di questo lavoro ora ripublicato dal Kantorovicz, in Rivista di storia italiana, X).

Bisogna ccnfessare che questo scritto del Micocci è un pò troppo leggero, e, più che agli studiosi, giova come lavoro di divulgazione. — Cfr. no. 33.

(67 Nottola Umberto. – Cfr. no. 51.

Passerini Giuseppe Lando. -- Bibliografia dantesca. (In Rivista critica e bibliografica della letteratura dantesca. Roma, marzo, 1893). Spoglio di riviste e di giornali contenenti articoli di argomento dantesco.

(68 Intorno ad un opuscolo del Virgili sui battezzatói negli antichi fonti. (Ivi, febbraio, 1893).

A proposito de' versi 16-21 del canto XIX d'Inferno. Ivi il Virgili vuol che si legga

Cfr. no. 32.

mara

batte: atòrii in luogo di battezzatóri, intendendo le vasche, o fóri, o tondi, o pilette che servivano al battesimo per immersione de' nuovi nati: e su l'esempio di un antico fonte an. cora esistente e ben mantenuto in sant' Ermolao di Calci afferma che i fóri de' quali parla Dante e da un de' quali, rompendolo, il poeta trasse un fanciullo che vi stava per affogare, erano fuori dal fonte ma dentro alla chiesa del bel san Giovanni per servire in supplemento de' battezzatorii quando questi non bastassero al numero grande de' battezzandi ne' solenni battesimi annuali. La nuova spiegazione del Virgili è accettabile.

Cfr. no. 50. (69 Pelaez Mario. Esame del libro del Castelli intorno a Cecco d'Ascoli. (Ivi, marzo, 1893).

Cecco d'Ascoli è una delle più notevoli figure che spiccano nel secolo di Dante: e gli studiosi debbon esser grati al professor Castelli che ha volto le sue ricerche a questo poeta. Il suo libro recente contiene ricerche che considerano, sotto tutti gli aspetti, sebbene non sempre compiutamente, la vita e le opere dell'ascolano. Un capitolo speciale dedica il Castelli all'esame delle relazioni che Cecco ebbe con Dante: e comincia, anzi tutto, a vigliarsi perchè gli scrittori della nostra storia letteraria abbian quasi mandati assolti Cino, che scrisse due sonetti contro l'Alighieri, e il Petrarca, che non volle leggere se non negli ultimi anni suoi la divina Commedia: mentre Cecco d'Ascoli è stato fatto segno ai rimproveri di tutti, specie per que' versi Qui non si canta al modo delle rane, ecc. Ma il paragone non è ne' giusti termini se si pensa che per quel che riguarda il Petrarca questi non scrisse contro Dante nè disse male di lui: la Commedia non volle leggere soltanto per desiderio di rimanere puro dall' influenza che essa potea arrecare alle sue composizioni; ma quando lesse la copia che gliene inviò il Boccaccio, ne divenne ammiratore e dipoi imitatore nei Trionfi. Le prove addotte dal Castelli in questo capitolo tendono a dimostrare che tra Cecco e Dante ci furono relazioni di amicizia : esamina quindi le relazioni, direm cosi, letterarie fra i due poeti. Di esse si trovano nell’Acerba parecchi accenni che il Castelli ricerca e studia con acume: se non che per quanto egli cerchi di dimostrare come nel poema dell'Ascolano nulla sia d'irreverente verso l'Alighieri, nel rileggere i passi che riguardano Dante non si può averne una impressione buona : nè pare si possa concedere all'autore la giustificazione che egli fa alle famose terzine Qui non veggo Paolo Francesca, ecc., dove Cecco d'A. scoli mostra maggiore il disprezzo per l'opera del grandissimo poeta fiorentino. Giuste sembrano invece le ragioni per cui il Castelli, seguendo il Bariola, crede apocrife le terzine nel. l'ultima delle quali è detto che Dante non tornò mai dall'inferno: E so che a noi non fece mai ritorno Chè il suo desio lo tenne sempre dentro; Di lui mi duol pel suo parlarc adorno, il quale ultimo verso, anzi, contradirebbe (e questo è sfuggito al Castelli) a ciò che il poeta avea già detto nel terzetto ov'è fatto vil giudizio della Commedia. Il Castelli, esaminati i luoghi dell'Acerba che accennano a relazioni con Dante, dichiara di ritenere per fermo che l'Alighieri fosse consapevole della superba impresa alla quale Cecco si era posto: e che deplorasse quello sciupio di forze in opera vana, perchè fatta in condizioni disperate. Per questo, anzi che impugnare le armi invincibili, Dante si restringe all'ufficio di compian. gere ed ammonire l'uomo che aveva accolto nel cuore la tentazione di donare al mondo un secondo poema. E la riprova della serietà di questa sua ipotesi il Castelli vuol trovarla nella invocazione che Dante fa a Calliope nel primo canto di Purgatorio e ad Apollo nel primo di Paradiso, quasi ad am monire che mala sorte aspetta chi scende in agone, come già le Pieridi e Marsia, con un genio della poesia. Con buona pace del Castelli, Dante non poteva pensare ail' umile figura e così lungi da sè di Cecco ascolano: e sol per questo egli scelse i due miti, Calliope ed Apollo, perchè a cantare il purgatorio e il paradiso la materia più degna e più alta chicdeva un più bello e nobile canto.

Cfr. i ni. 2 e 54.

(70 Petrosillo Raffaele, A proposito di una conferenza sulla divin: Commedia. Milano, stab. tip. « Insubria », dell'edit. Carlo Aliprandi. 1893, in 8°, di pagg. 15.

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73)

Illustra i punti più importanti di una conferenza su Lo spirito umano nell'arte di Dante, tenuta nel salone del circolo Dauno di Foggia il 15 di gennaio 1893 dal professor Giovanni Franciosi allo scopo di confutare la sentenza di Adolfo Bartoli che, cioè, Dante non è pittore di anime ma di corpi soltanto. L'opuscolo è estratto dal fascicolo XXVIII (aprile, 1893) del Pensiero italiano.

(71 Poletto Giacomo. – Alcuni studi su Dante Allighieri, come appendice al Dizionario dantesco del medesimo autore. (Recensione in La Civiltà cattolica. Serie XV, vol. V, quaderno 125). Favorevole.

Cfr. no. 1.
Renier Rodolfo.

Cfr. no. 53
Ronchetti Ferdinando. Di un commento dell' Eroli sopra il «gran rifiuto

». (In Ri. vista critica e biõliografica della letteratura dantesca. Roma, marzo, 1893).

Combatte l'opinione dell'Eroli il quale col Lombardi e con altri cerca di dimostrare che Dante, nell'ombra di colui che rifiutò, per viltà, il ponteficato non riconobbe papa Celestino, ma qualche fiorentino suo conteniporanco ricusatosi di sostenere il partito de' Bianchi. Cfr. no. 20.

Scartazzini Giovanni Andrea. Giudizio sull' ultima pubblicazione di A. Fiamma 770 « I codici friulani della divina Commedia. Parte II: Il commento più antico e la più antica versiune latina dell' Inferno ». (In La Patria del Friuli. Anno XVII, no. 90).

Così come de' comenti nuovi è indubbiamente importante per la critica dantesca la pu. blicazione de' comenti antichi che erano finora inediti e accessibili a pochi. Il più antico fra quanti si conoscano, scritto nel 1324 da Graziolo de' Bambaglioli, cancelliere di Bologna, fu finalmente publicato dall'erudito professore Antonio Fiammazzo (Udine, 1892) dopo che per dieci anni intieri se n'era aspettata invano la edizione preparata da Carlo Witte e promessa dal Roediger. Inutile ridire qual merito e qual valore siano da attribuirsi a questo comento, rispettabile per l'antica età, giacchè più di una volta se ne è discusso anche in Germania. L'edizione curata dal Fiammazzo, che, per questo lavoro, entra in linea con i primi dantisti italiani viventi, risponde a tutte le esigenze della moderna critica e può esser proposta a modello delle publicazioni di comenti antichi. Solo si può deplorare che al Fiammazzo non sia piaciuto di riempire le leggere lacune de' suoi due codici con l'aiuto del codice di Siviglia. La recensione, qui tradotta dal tedesco, è estratta da un lungo articolo (Aus der neuesten Dante-Literatur) in Beilage zur Allgemeine Zeitung, del quale ci occuperemo nel prossimo Bollettino.

(74 Sinibaldi Cino. Cfr. Cino da Pistoia.

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Telegrafano da Trento al Secolo XIX di Genova in data del 23 di aprile:

« Il Comitato per il monumento a Dante ha pensato di far coincidere la posa della prima pietra colla ricorrenza delle nozze d'argento dei Sovrani d'Italia. La luogotenenza allora die de ordine che la cerimonia avvenisse senza pompa e senza discorsi. Tuttavia alla cerimonia assisteva una folla enorme. Quando si scoperse il monumento e venne letta la leggenda incisa alla base A Dante che dimostrò quanto potesse la lingua italiana scoppiò un fragoroso, formidabile applauso e venne lì per lì improvvisata una dimostrazione in cui non nanca. rono le grida di Viva l'Italia! Viva Umberto e Margherita ! »

Le Conferenze dantesche alla Scuola magistrale di Genova. — Il Secolo XIX del. l'8 di maggio reca :

« A proposito delle Conferenze dantesche tenute alla Scuola magistrale dall'illustre nostru commendator Anton Giulio Barrili, persona amica ci fornisce alcune informazioni di fatto, da aggiungere a quanto abbiamo già pubblicato.

Le Conferenze dantesche furono istituite a puro vantaggio degli alunni della Scuola magistrale e per coloro che avendo già conseguita la patente di maestro, pur desiderino perfezionarsi negli studi letterari. Il progetto dell'aggiunta di questa cattedra dantesca alla Scuola magistrale, con la proposta di affidarne l'insegnamento al comm. Anton Giulio Barrili, venne fatto dal direttore della scuola stessa prof. Lodovico Teppati.

La Deputazione provinciale, dalla quale unicamente dipende la Scuola magistrale, in sua seduta del 5 gennaio scorso, relatore l'egregio deputato provinciale comm. Elia, sopraintendente alla scuola, approvò con plauso la proposta del direttore Teppati, per cui il valente corpo insegnante della Scuola magistrale s'accrebbe dell'illustre professore Barrili; e davvero che a spiegare il sommo poeta, non poteva farsi scelta migliore di questa.

Anche il ministro della Pubblica Istruzione, al quale il prof. Teppati comunicò l'aggiunta della cattedra dantesca alla Scuola, se ne congratulava con una lettera che plaudiva alla scelta e al nobile pensiero volto a tener vivo nella gioventù il culto del sommo poeta. Anche per commendevole disposizione del direttore, le confcrenze furono rese libere a soddisfare tutti coloro che dimostrarono vivissimo desiderio d'assistervi. E se il numero degli uditori va ognor più aumentando, ciò dimostra l'utilità dell'istituzione e la valentia dell'illustre conferenziere.

Intanto conviene constatare un fatto rilevante: che la nostra Genova è la prima città in Italia che abbia l'onore d'avere una cattedra dantesca '; e ciò per iniziativa e merito della nostra Scuola magistrale, la quale va innanzi a tutte le consorelle d'Italia per numero di allievi, e che, a differenza di molte altre, non usufruisce di alcun sussidio.

Quanto alla proposta nostra che le conferenze abbiano luogo nel ridotto del Carlo Fe. lice, afflnchè maggior concorso di pubblico possa assistervi, occorrerebbe scegliere i giorni festivi, cioè le domeniche, perchè negli altri giorni della settimana gli allievi della Scuola magistrale, dopo la conferenza, debbono assistere al corso ordinario delle lezioni.

Ci sembra adunque, che, risolta per questo lato la difficoltà, la Deputazione provinciale potrebbe, pel locale, farne istanza al Municipio, il quale non si rifiuterebbe certamente di contribuire in qualche guisa ad un'opera che torna ad utile ed onore degli studi, e a decoro di Genova tutta. »

Nel no. 16 del 7 di maggio, la Nuova Rassegna di Roma annunzia il Giornale dantesco, fa un esame minuto del primo fascicolo, e lo encomia ed incoraggia largamente con le più lusinghiere parole.

Del recente libro di Ulisse Micocci intorno a Dante nella moderna letteratura italiana e straniera dà un giudizio completamente sfavorevole I. Giacomelli nel no. Nuova Rassegna; dove pure G. Stiavelli esamina e giudica, con elaborata recensione, non assolutamente favorevole, delle Figure dantesche del prof. Crescimanno.

Nei primi di maggio, in una riunione del Consiglio centrale della Società Dante Alia ghieri è stato stabilito che il congresso generale dei comitati locali, da tenersi quest'anno in

10 della

I E la cattedra dantesca tenuta per vari anni a Firenze dal Giuliani? e quella che, per volontà del pontefice, tiene presentemente a Roma il Poletto?

N. d. D.

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